Consoliamoci con l’indice Pmi

Gli ordini sono in crescita e la produzione aumenta: nell’ultima rilevazione il Purchasing manager index (Pmi) italiano ha fatto segnare 55,1 punti. Si tratta del valore più alto degli ultimi tre anni e rappresenta il settimo aumento consecutivo per il Manifatturiero, andando ben oltre le stime grazie all’aumento della domanda dall’Europa e dal Nord America. Ma a fare da contraltare a questi dati ci sono i numeri drammatici sui posti di lavoro persi: in un anno si sono persi 444mila posti.

Ma torniamo ai segnali positivi. Un altro è quello arriva anche dai giudizi sugli ordini, dove il saldo ottimisti-pessimisti resta negativo (-23,4), ma in netto miglioramento rispetto a maggio 2020 (-60,9) e di due punti superiore rispetto alle rilevazioni di dicembre 2020. L’utilizzo delle capacità per il periodo ottobre-dicembre 2020, inoltre, ha superato il 74%, segnando una crescita superiore ai 10 punti, rispetto al dato del primo lockdown. In crescita, nell’ultimo periodo dell’anno, anche le commesse.

Avvisaglie di ripresa per il nostro Paese, seppur lievi, arrivano anche dall’export, con una crescita delle vendite soprattutto in Usa e Cina: solo a dicembre 2020, il Made in Italy ha segnato vendite superiori al 3%, sorpassando così quelle dello stesso mese del 2019.

Stando ai dati del Pmi, l’Italia è poi il terzo Paese europeo, dopo Olanda e Germania, anche rispetto alle diminuzioni dei tagli occupazionali. Una boccata d’ossigeno, considerando che il 2020 si è chiuso con 444mila posti di lavoro persi e una disoccupazione giovanile vicina al 30%, dato che fa scivolare il nostro Paese in fondo alla classifica dell’Eurostat, davanti solo a Spagna e Grecia.

Diminuiscono i disoccupati, aumentano gli inattivi

Infatti, le buone notizie si fermano ai dati del Pmi, perché la crisi legata al Covid-19 ha colpito maggiormente i giovani e le donne (queste ultime a dicembre 2020 hanno visto sfumare 99mila posti di lavoro, sui 101mila persi rispetto al mese precedente). Anche gli autonomi hanno subìto una drastica diminuzione (-209mila in tutto il 2020).

In riferimento ai lavoratori dipendenti, ci sono 393mila posizioni a tempo determinato, di cui 315mila riguardavano la fascia d’età 25-49 anni. A non subire particolarmente la crisi sono stati, invece, gli Over 50, il cui dato di occupazione 2020 segna +197mila unità. I contratti, secondo quanto emerso dalle analisi Inps, hanno iniziato a calare a partire da febbraio 2020, raggiungendo il picco a giugno (-813mila) e iniziando una risalita da luglio. Su tutto il 2020 i disoccupati registrati sono stati 222mila in meno rispetto al 2019, mentre sono aumentati di 482mila gli inattivi, ovvero coloro che hanno ‘rinunciato’ a cercare lavoro dopo numerosi tentativi falliti.

“Chiediamo di riformare subito il sistema di protezioni sociali”, ha affermato Tania Scacchetti, Segretaria Confederale della Cgil. “Dobbiamo rilanciare il contratto di solidarietà difensiva e creare un sistema universale di sostegno al reddito che non lasci indietro nessuno, a partire dai lavoratori con contratti precari”. È necessaria un’inversione di rotta e i presupposti, come emerso dai dati del Pmi, ci sono. Ora spetta ad aziende e Governo lavorare assieme per far ripartire il Paese.

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