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Il coronavirus smaschera l’irresponsabilità della classe dirigente

Il coronavirus ha scatenato il delirio nazionale. È nelle emergenze che si vedono le qualità dei cittadini, di una classe dirigente, di un popolo intero. Povera Italia. Rileggete I Promessi Sposi: Alessandro Manzoni mostra bene come di fronte a un’epidemia il nostro carattere nazionale dà il peggio di sé.

Risparmiamo, per carità di patria, i confronti con altri Paesi vicini e limitiamoci a guardare in casa nostra. È forse normale e giustificato dagli eventi chiudere scuole e università? È forse motivato non parlare d’altro sui giornali e soprattutto in televisione? No. Ma siamo fatti così.

Cerchiamo l’enfasi, il dramma, l’esagerazione, per non guardare alla realtà. Guardare alla realtà significa assumersi responsabilità. Responsabilità è individuale innanzitutto. Cosa troppo pesante per noi italiani.

Se poi qualche medico, qualche politico, qualche opinionista, qualche manager esprime opinioni caute e ragionevoli (e sagge), tenendo i piedi terra e invitando gli altri a tenerli, resterà inascoltato, o sarà se possibile irriso. Il virus cinese offre a ogni esperto occasioni irripetibili. D’accordo gli esperti gridano: approfittiamone!

L’incapacità di ammettere gli errori delle previsioni

Sale in cattedra l’esperto di media digitali spiegare che la diffusione del panico, e forse dell’epidemia stessa, è dovuta a WhatsApp. Non manca il colpo il conduttore televisivo che ipocritamente afferma che la cosa più importante è evitare di diffondere immotivati timori, ma lo dice mentre dà spazio nella sua trasmissione ai più noti e capziosi fomentatori di timori.

Autori di libri sull’epidemiologia digitale, fondata su modelli matematici e Big data, non possono perdere simile occasione senza rilasciare interviste. Nelle quali, dall’alto del loro sapere, ci regalano ovvietà. Per spiegare al popolo ignorante in che cosa consiste il proprio lavoro, si cerca un esempio che tutti possano capire: la meteorologia.

Nella meteorologia si spiega che naturalmente anche se la previsione è sbagliata è comunque corretta, perché ogni previsione fornisce anticipazioni che si rivelano abbastanza precise solo nell’80% dei casi. Quindi se la previsione è sballata è ugualmente corretta, perché ricade nel 20% di tolleranza che la scienza giustifica.

Di migliorare in continuo le proprie previsioni non si parla. Di mettere in gioco il proprio personale fiuto, la propria personale capacità di studiare i dati e di formulare scommesse interpretative, nemmeno. Ciò che conta sembra sia l’avere a disposizione sempre più dati, Big Big Big. Salvo poi riservarsi la facoltà di giustificare la scarsa qualità delle previsioni con la scarsa qualità dei dati.

E poi subito ecco un’altra giustificazione: prevedere le epidemie è più difficile, perché le epidemie coinvolgono esseri umani, che a differenza di venti e tempeste e maree, con i loro comportamenti possono influenzare il fenomeno, mettendo in crisi precisioni altrimenti correttissime. I cittadini dovrebbero quindi starsene lì buoni, per non danneggiare il lavoro dei modelli matematici.

La paura che genera una ‘finta’ pandemia

Dire “cittadini” è poi abbastanza fuori luogo: i medici stessi non parlano di “cittadini”, parlano di “gente”, popolo ignorante inteso come massa di di soggetti tutto deve essere spiegato come a un infante. Dicono i medici: poi la gente non capisce e ci chiede troppe informazioni… Lasciateci applicare i protocolli, dicono i medici. E intanto si spiegano male, dimenticandosi di essere loro stessi cittadini.

Fa comodo in fondo questa ‘gente’ perché fa quello che gli si dice, pensa quello che con accurata propaganda gli si impone di pensare. Anni di coltivazione della paura popolare danno i loro frutti.

Finalmente, dopo aver allenato il popolo ad aver paura dello straniero e della malavita e della distruzione della famiglia, ecco che ora appare sulla scena un solido argomento. Vorrete mai che non approfittino del virus straniero i coltivatori di paura?

Ed ecco allora moltiplicarsi i test, i casi di falsi positivi e di risultati incerti. Ecco che tutti ci dimentichiamo del reale tasso di mortalità. Ecco che ci dimentichiamo di normali e precauzioni. Ecco che ci dimentichiamo di tutto il testo.

Non hanno certo tutti i torti i medici e gli esperti che dicono: è una sindrome simil-influenzale, in Italia ci sono più casi per il banale motivo che li cerchiamo più attivamente. E che dicono anche: guardate bene i numeri, non è una pandemia letale. Ma subito si scagliano contro di loro i medici assurti alla gloria di star televisive, che invece con l’occhio rivolto alle telecamere si gloriano di invitare a mettere in quarantena qualche cinese in più.

Ma il più ganzo è quel giornalista, un po’ bollito, che con l’occasione torna in televisione per gridare ai virologi e agli epidemiologi e a ogni pubblica autorità: diteci qual è il rischio massimo; così poi noi lo diciamo al popolo, che ha bisogno di essere protetto dal rischio massimo.

Non sa, il poveraccio, che la vita stessa è un rischio, e che senza rischio non esiste attività economica e sociale, e che anche ogni cura stessa è un rischio. Non sa che ciò che è possibile  garantire non è che una ragionevole copertura dal rischio. Non sa che più si eleva la copertura di un rischio più ci si espone ad altri rischi.

C’è un soglia oltre la quale il cercare la copertura del rischio, ovvero l’arrendersi a una immotivata paura, significano bloccare la vita di una città, di una regione, di un Paese. Stiamo superando questa soglia.

responsabilità, coronavirus


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Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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