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Il cv come romanzo che non ha bisogno dell’Intelligenza Artificiale

“Addio curriculum. Grazie alla mia App e all’Intelligenza Artificiale troverete lavoro in 40 secondi”. Non possiamo attribuire la responsabilità di questa apodittica e assurda affermazione a Laura Sposato: come spiegato in un articolo de La Repubblica, la giovane è una startupper di Padova che ha ideato Joule, l’applicazione che dovrebbe rivoluzionare la ricerca e selezione del personale. Certo buona parte della responsabilità ricade su media: la semplificazione, la banalizzazione, troppo spesso, portata dai giornalisti su qualsiasi argomento è sempre deleteria.

Dovremmo ricordare che i software che svolgono un simile lavoro sono numerosissimi. Dovremmo anche ricordare che si tratta di persone che presentano se stesse: chiamarle “utenti” è già non accettarle per la loro pienezza e unicità. Dovremmo domandarci: quale AI? Nel contesto, l’espressione AI non vuol dir nulla: sono parole buttate al vento. Dovremmo andare a guardare quali strumenti di linguistica computazionale si usano per analizzare le parole pronunciate dalla persona. Dovremmo poi chiederci: cosa c’è scritto negli algoritmi che determinano valutazione e selezione? Premesso che un essere umano che parla con un’altra persona sa osservare aspetti imprevisti da qualsiasi programma, quali prende in considerazione questo software?

In ogni caso, si può aggiungere: tutta roba vecchia. Non solo perché esistono svariati software simili, ma soprattutto perché l’approccio è acutamente criticato da Kurt Vonnegut, in Player piano, un romanzo del 1952. Non prendete come limite la forma narrativa, il romanzo. Vale più di 100 articoli scientifici. Va anche detto che il romanzo non è che una rielaborazione – enfatizzata e portata fino al paradosso, ma precisissima – di ciò che Vonnegut aveva visto negli anni in cui lavorava alla General Electric.

Possiamo anche ricordare che la capacità di scrivere algoritmi – ovvero procedure frutto di pensiero e di modelli – non è certo una novità degli ultimi anni. Ciò che in anni recenti è cambiato, rispetto agli Anni 50 o alla fine del XX secolo, è la potenza di calcolo. Ma Vonnegut immaginava appunto un tempo futuro nel quale la potenza di calcolo non sarebbe stata un problema.

La narrazione di sé può cambiare nel tempo

Tre le cose che contano. Il modello attraverso cui si viene giudicati e classificati: chi l’ha sviluppato? Quali giudizi o pregiudizi ideologici, politici e sociali contiene il modello? I cambiamenti del contesto. Cambia la società, cambiano i mercati, cambia l’economia e cambia una azienda nel tempo. Come può una selezione restare adeguata all’evolversi del contesto? E soprattutto: ognuno di noi, essere umano libero, acquista nuova consapevolezza di sé e scopre nuove vie, nuovi interessi. Ecco una domanda che, seguendo Vonnegut, possiamo fare a Sposato: che cosa accade se tra tre, 10, 20 anni non ti ritrovi più nell’immagine di te che avevi dato in quel filmato al quale affidi il tuo destino?

Dunque: benvenuto curriculum. Che poi è l’autodescrizione, narrazione di sé, che in ogni istante potremo cambiare. E benvenuto selezionatore-essere umano, che non si fida di automatismi e legge i curriculum come romanzi. Basta leggere qualche breve brano di Player piano. Ne proponiamo un estratto.

“Oh, che rabbia”, disse Paul. “Cosa gli è saltato in mente di assegnarti alle Industrie Petrolifere? Tu dovresti essere nella Progettazione”. “Non ho attitudine alla progettazione”, disse Bud. “I test lo hanno dimostrato”. Ci doveva essere anche questo nella sua scheda sfortunata. C’erano tutti i risultati del suo test attitudinale: immutabili, irrevocabili, e la scheda aveva sempre ragione. “Ma tu sai progettare”, disse Paul. “E lo fai con più estro e fantasia delle primedonne del laboratorio”. Il laboratorio era il Laboratorio Nazionale di Ricerca&Sviluppo, un (…) di tutti gli enti del Paese che si occupavano di Ricerca&Sviluppo. (…)

“Ma il test dice di no”, disse Bud. “E così le macchine dicono di no”, disse Katharine. “E buonanotte”, disse Bud. (…) “Forse potrebbe aiutarti la tua università”, disse Paul. “Forse la macchina che assegnava i voti aveva bisogno di valvole nuove quando ha vagliato il tuo test attitudinale.” (…) “Ho scritto, chiedendo che ricontrollassero i miei voti. Qualunque cosa dica, mi danno sempre la stessa risposta”. (…) “Uhm”, disse Paul, guardando disgustato quel grafico che conosceva bene. Era uno dei cosiddetti Profili di Rendimento Scolastico e Attitudinale, e tutti i laureati ne ricevano uno insieme alla pergamena del diploma.

Il diploma non era niente, mentre il grafico era tutto. Quando veniva il momento di laurearsi, una macchina prendeva i voti dello studente e altri dati e li integrava in un grafico: il Profilo. Qui il profilo di Bud era alto per la teoria, lì basso per l’amministrazione, qui basso per la creatività, eccetera, eccetera, su e giù attraverso la pagina fino all’ultima qualifica, la personalità. Con anonime e misteriose unità di misura, ogni laureato si vedeva attribuire una personalità: alta, media o bassa. (…) Quando il laureato veniva introdotto nell’economia del Paese, tutti i suoi picchi e le sue valli venivano tradotti in perforazioni sulla scheda personale (pagine 81-82).

Il testo è tratto da Kurt Vonnegut, Player Piano, Dell Publishing, 1952. L’opera è stata tradotta in varie occasioni: con il titolo La società della camicia stregata (La Tribuna, Science Fiction Book Club, n. 32, Piacenza, 1966); con il titolo Distruggete le macchine (traduzione di Roberta Jole Luisa Rambelli, Nord, Milano, 1979); con il titolo Piano Meccanico (traduzione di Alessandro Roffeni, SE, Milano, 1992); è poi contenuto in Catastrofi di ordinaria follia (comprende Piano meccanico, Ghiaccio nove, Mattatoio n. 5), tradotto da Vittorio Cartoni (Interno giallo-Mondadori, Milano, 1994); da qui Piano meccanico è ripreso in Mondadori, Urania, n. 1393, 2000; infine Piano meccanico, traduzione italiana di Vincenzo Mantovani, Feltrinelli, 2004 (da cui i numeri di pagina).

Intelligenza artificiale, App, Curriculum vitae, Joule, Kurt Vonnegut


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Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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