Ilva, proposte per tutelare ambiente, salute e lavoro

Subito dopo l’accordo fra Invitalia e Arcelor Mittal – che vede fra l’altro l’ingresso della finanziaria pubblica nel capitale del soggetto societario che oggi ha in locazione gli impianti dell’Ilva – la Regione Puglia e il Comune di Taranto continuano a chiedere al Governo la sottoscrizione di un accordo di programma per la dismissione dell’area a caldo del Siderurgico o almeno a una sua radicale riconversione tecnologica.

Ora, se è condivisibile il loro obiettivo di tutelare salute, ambiente e lavoro, una prima domanda però si impone: poiché si discute del futuro della più grande fabbrica manifatturiera d’Italia – oltre che del maggior impianto siderurgico a ciclo integrale d’Europa – non sarebbe opportuno che in merito si esprimesse il Parlamento?

Le proposte impiantistiche avanzate da Regione e Comune prevederebbero la chiusura dell’area a caldo – conservando nel sito ionico un’attività di laminazione con il raggiungimento di circa 5,4 milioni di tonnellate l’anno, ma con 4.600 esuberi diretti, un indotto locale ridimensionato e lavorazioni a freddo a Genova e Novi Ligure ridotte – oppure una totale riconversione con produzione solo da forni elettrici, l’ottenimento a regime di 8 milioni di tonnellate l’anno, l’impiego del preridotto di ferro, ma sempre con esuberi di 4.200 unità, e con dimensioni dell’indotto territoriale e delle lavorazioni al Nord ‘da valutare’.

La dismissione dell’area a caldo, per i sindacati, comporterebbe di fatto la chiusura dello stabilimento, un impianto a ciclo integrale complesso che, privato dell’area fusoria, non raggiungerebbe l’economicità di gestione. Chi infatti porterebbe bramme da laminare a Taranto (con relativi costi di trasporto) per riportarne i prodotti finiti sui mercati del Nord ed esteri? Oltretutto il mercato mondiale delle bramme è di sole 40 milioni di tonnellate l’anno.

L’ipotesi invece di produrre solo con forni elettrici per giungere a 8 milioni di tonnellate l’anno richiederebbe almeno 4 milioni di tonnellate di rottame – peraltro già scarso sul mercato per l’elettrosiderurgia italiana che lo paga 10-20 euro in più a tonnellata rispetto al resto d’Europa – e soprattutto necessità di pellets di preridotto di ferro prodotti con un prezzo del gas molto basso, sapendo peraltro che quello dei pellets ha quotazioni maggiori di 30-50 dollari se destinati alla preriduzione, perché il mercato impone un extraprezzo per una migliore efficienza di resa.

Tale nodo peraltro sembra (al momento) irrisolto anche nel piano di Invitalia e Arcelor Mittal che prevede il revamping dell’Afo 5 – che permette economie di scala e un grande vantaggio competitivo – la prosecuzione di esercizio di un altro altoforno che dovrebbe essere il numero 4 e l’introduzione di un forno elettrico il cui fabbisogno di preridotto di ferro non si comprende ancora da chi e a quale costo debba essere soddisfatto, anche se si prevede la costruzione di due impianti, uno interno e l’altro esterno all’acciaieria per produrre il preridotto.

Risorse già stanziate da tempo

Delle due ipotesi avanzate dagli enti locali, pertanto, pur nella loro evidente diversità, la prima risulta impraticabile anche per la Confindustria ionica – che vuole conservare l’area a caldo, in accordo con un progetto messo a punto dalla Federmanager – mentre la seconda esige approfondimenti sotto il profilo dell’approvvigionamento di materie prime e del loro costo.

Per l’occupazione le due ipotesi creano perplessità prevedendo l’una e l’altra ben oltre 4mila esuberi diretti, quando non anche il rischio di chiusura dello stabilimento. Ma anche nell’accordo di Invitalia e di ArcelorMittal, che conserverebbe a regime 10.700 occupati, non si recuperano i 1.700 addetti oggi in cigs presso l’amministrazione straordinaria, come invece prevedeva l’accordo del 6 settembre 2018, mentre la gestione temporanea dell’occupazione, prima del raggiungimento di 8 milioni di tonnellate nel 2025, è prevista solo con la cig, alimentando così forti diffidenze dei sindacati che, infatti, dopo l’esposizione compiuta loro delle linee del piano industriale contenuto nell’accordo fra Invitalia e ArcelorMittal, hanno chiesto di attivare subito un tavolo di trattativa per la gestione più indolore possibile dei prevedbili cassintegrati.

Regione e Comune vorrebbero tuttavia regolare anche le flessioni occupazionali legate alle loro ipotesi con un accordo di programma con il Governo che individui le risorse per quello scopo. Ma in ambienti governativi si osserva che il capoluogo ionico già gode di un contratto istituzionale di sviluppo con una dotazione di oltre 1 miliardo di euro, in parte già impegnato e in parte già speso, oltre che degli impegni in via di definizione nel ‘Cantiere Taranto’. Per cui sarebbe anche politicamente difficile ottenere molte altre risorse, destinabili invece ad aree del Sud senza la base industriale tarantina e con problemi occupazionali aggravati dalla pandemia.

Ma se malauguratamente si dismettesse l’intero sito, ciò avvantaggerebbe proprio ArcelorMittal che, da un lato vedrebbe eliminato un forte concorrente e, dall’altro imputerebbe al Governo lo stravolgimento di quanto stabilito nel bando per la vendita del Gruppo Ilva, con intuibile richiesta di danni. Senza contare infine che l’Ilva in amministrazione straordinaria è chiamata a ristorare con il ricavato della vendita del Gruppo i suoi creditori.

Rivedere le proposte degli enti locali

Allora, le proposte degli enti locali dovrebbero essere ignorate? Nient’affatto, ma solo, a nostro avviso, essere rimodulate. Per esempio, perché non prevedere un addendum al contratto istituzionale di sviluppo che quantifichi le (ragionevoli) risorse – da stanziarsi con quote annuali per un certo periodo – per realizzare a Taranto nuovi complessi abitativi per ‘sfollamenti programmati’ dal quartiere Tamburi, il più esposto alle emissioni nocive del Siderurgico?

È un’ipotesi lanciata da Umberto Ruggiero, già Rettore del Politecnico di Bari, e praticata a Genova per l’abbattimento e la ricostruzione del ponte. La stessa ‘foresta urbana’ già prevista dall’amministrazione comunale intorno allo stabilimento potrebbe trovare finanziamento nell’addendum, cosi come quella di anticipare il completamento dell’Aia, previsto sino a oggi nell’agosto del 2023.

Per il drastico contenimento delle emissioni nocive poi si potrebbe valutare con Ispra, Arpa e Istituto superiore di sanità – con la copertura di tutti i parchi minerali già in corso e l‘adozione di tecnologie avanzate per gli altiforni che resterebbero in esercizio allo studio da parte della Paul Wurth, leader nell’impiantistica siderurgica – come sarebbe possibile porre sotto totale controllo delle emissioni le cockerie da lasciare in esercizio secondo quanto previsto dal piano di Invitalia.

E per l’occupazione, si potrebbe rivisitare (per attrarre investimenti) il piano di sviluppo strategico della ZES ionica in cui, come prescritto dalla legge istitutiva, sono stati individuati con dettagli merceologici i settori sviluppabili (perché già presenti) nel Tarantino e quelli invece da promuovere perché non ancora insediati.

In questa fase molto complessa della vita politica nazionale non servono a Taranto e alla Puglia strappi drammatici e prove muscolari contro il Governo, che pure qualcuno nel capoluogo ionico sembrerebbe adombrare. Ancora una volta, invece, devono essere le parole dell’Arcivescovo di Taranto Monsignor Santoro – che richiama sempre la necessità di tutelare salute, ambiente e lavoro – la stella polare per tutti gli uomini di buona volontà che guidano gli enti locali e il Paese. Soprattutto in questo periodo.

Ilva, Invitalia, Arcelor Mittal, Regione Puglia, Taranto


Federico Pirro

Articolo a cura di

Federico Pirro è Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e ha insegnato anche nell’ateneo di Lecce Economia del territorio e Giornalismo economico. È autore, fra gli altri, di Grande Industria e Mezzogiorno (1996-2007), con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo, (Bari, Cacucci 2008) – cui sono stati conferiti nel 2009 il Premio Sele d’Oro Mezzogiorno e il Premio Basilicata per la saggistica – e di saggi su riviste e in volumi collettanei, fra i quali L’economia reale nel Mezzogiorno, a cura di Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis (Bologna, Il Mulino 2014). Nel 2016 gli è stato conferito dal Centro Nuove proposte di Martina Franca il Premio Menichella per i suoi studi sull’industria nel Sud. Dal 1977 al 1995 è stato amministratore anche con cariche di Presidente e Vice Presidente di imprese pubbliche e private – fra cui Insud, Finvaltur, Valtur Sviluppo, Agis-Gruppo ABB, Breda Fucine Meridionali – e dal 1995 al 2000 e dal 2007 al 2016 consulente di Presidenza della Regione Puglia sulle problematiche dello sviluppo. Dal settembre del 2015 al giugno del 2018, su nomina del Ministro Graziano Delrio, è stato componente ‘esperto’ della Nuova Struttura tecnica di missione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Dal 2012 al 2016 è stato consigliere della Svimez, e dal 2015 siede nel Comitato scientifico della SRM-Gruppo IntesaSanPaolo. Dal 2000 al 2015 è stato editorialista del Corriere del Mezzogiorno/Corriere della Sera e con del suo settimanale Mezzogiornoeconomia. Oggi collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, i mensili Economy e Investire, con testate online e ha curato per la Rai e il Gruppo televisivo pugliese Telenorba trasmissioni sull’industria in Puglia.

Federico Pirro


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