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Intelligenza e comprensione, confronto fra naturale e artificiale

Intelligenza: già l’ambiguità dell’etimo coglie la complessità del concetto: intus-legere, che significa “leggere dentro”, dunque capacità analitica e di approfondimento, e inter-legere, “leggere attraverso”, ovvero capacità associativa e di connessione.

Questa ambiguità diventa molteplicità, prima di tutto nel senso categoriale dello psicologo Howard Gardner, secondo cui esistono diverse, e relativamente indipendenti, tipologie con cui l’intelligenza si manifesta, ma anche in senso operativo come capacità di risolvere problemi, dove la molteplicità in tal caso sta nel fatto che esistono tipi di problemi diversi: vincere nel gioco degli scacchi è una capacità diversa da guidare in modo appropriato un’automobile.

La capacità focalizzata alla soluzione di una sola classe di problemi è già intelligenza? L’intelligenza dipende dal contesto? Si può essere intelligenti senza una prospettiva sufficientemente ampia, senza autonomia decisionale (qualunque cosa ciò significhi) e senza avere intelligenza anche di sé? Significativamente, una tipologia di intelligenza, secondo Gardner, è quella intrapersonale, dunque la capacità di conoscere se stessi.

Senza un modello di sfondo, che fornisca una caratterizzazione della natura dell’intelligenza, non è chiaro come giustificare una risposta a queste domande – che anche qui rimarranno in ombra – e si tende a un esito di tipo operazionistico: si ammette che l’intelligenza è un concetto aggregato (un cluster concept) e ogni volta che usiamo il termine “intelligenza” lo usiamo come sinonimo di “intelligenza-di-tipo-X”, per una o più X, il cui significato è ‘capacità di risolvere problemi di tipo X’ (il caso canonico è X=test per quoziente intellettivo).

Di questo territorio proponiamo qui una breve esplorazione, orientata a comprendere gli scenari che potrebbe prospettare la diffusione di sistemi artificiali che manifestano comportamenti sempre più intelligenti.

Dall’intelligenza naturale a quella artificiale

Il rimedio all’assenza di un modello di sfondo convincente – e un tentativo alternativo all’operazionismo – è stata per lungo tempo l’ipotesi che l’intelligenza, non diversamente dalla capacità di gestire l’informazione, sia più o meno per definizione una proprietà degli esseri umani, eventualmente estesa ad altre entità biologiche ‘superiori’, ovvero dotate di qualche forma o grado di intelligenza.

Secondo l’Enciclopedia britannica, per esempio, l’Intelligenza Artificiale (AI) è “l’abilità di un calcolatore digitale, o di un robot controllato da un calcolatore, di eseguire compiti comunemente associati a esseri intelligenti”.

In questo senso, il concetto di AI sarebbe metaforico: un agente artificiale che si comportasse in modo indistinguibile rispetto a uno naturale, considerato intelligente in questo comportamento, non sarebbe comunque intelligente, perché con il suo comportamento simulerebbe soltanto questa dote.

Ma, in assenza di un modello di sfondo a cui ancorarsi, questa posizione diventa rapidamente poco convincente: proprio come accade per la capacità di gestire l’informazione, si può riconoscere che l’intelligenza non è qualcosa che ha senso simulare. Simulare di fare un calcolo o di suonare una sinfonia non è diverso dal farlo.

E come si potrebbe sostenere che un software che gioca a scacchi stia in realtà solo simulando quest’attività? L’intelligenza simulata, dunque, è a tutti gli effetti indistinguibile da quella ‘reale’. La conseguenza, non banale, è che, in assenza di un modello di sfondo, l’intelligenza non è una proprietà che si possiede, ma è riferita a come ci si comporta.

È questa la giustificazione del test che Alan Turing propose per caratterizzare un comportamento intelligente: data l’ipotesi che l’intelligenza sia una proprietà che gli esseri umani generalmente esibiscono, qualsiasi comportamento indistinguibile da quello è a sua volta intelligente.

E del resto, ciò è allineato all’uso che facciamo abitualmente del concetto: consideriamo intelligente una persona che generalmente si comporta come tale, ma anche questa può, a volte, comportarsi in modo stupido e, questo atteggiamento, rimane tale anche se esibito da una persona abitualmente intelligente.

Dunque, l’attribuzione dell’aggettivo “intelligente” o “stupido” a un comportamento precede e giustifica lo stesso riconoscimento ad agenti: sarebbe, infatti, insensato sostenere che una persona è intelligente, quando si comporta sempre in modo stupido.

Nella ricerca di un significato condivisibile, si tratta di un demoltiplicatore di complessità rilevante: accettare che ‘essere intelligente’ è solo un’abbreviazione per ‘comportarsi in modo generalmente intelligente’.

Qui l’intuizione si àncora più facilmente: un comportamento è intelligente se conduce a leggere dentro e attraverso ciò a cui esso si riferisce. Non che si tratti di una definizione chiara e univoca del concetto, ma è almeno una prima specificazione.

Nella forse inevitabile genericità di tutto ciò, riconosciamo inoltre che l’intelligenza non è qualcosa che si ha o no, ma che si ha in gradi. O meglio, dunque, che ci si può comportare in modo più o meno intelligente. Ma se questa possibilità l’hanno gli esseri umani, perché non dovrebbero averla altre specie animali o sistemi artificiali? Perché questi non potrebbero avere un pizzico di intelligenza e, da lì, eventualmente essere sviluppati (o svilupparsi, quando ne fossero capaci) nella loro intelligenza per gradi?

Con ciò non abbiamo certo chiarito il concetto di intelligenza, né ci prefiggevamo di farlo, ma potremmo aver almeno suggerito la non fondatezza della posizione sciovinista secondo cui solo individui della specie Homo sapiens, o comunque agenti non-artificiali, possono essere intelligenti.

Piuttosto, una questione non ovvia è se esista uno ‘stile umano’ di comportamento intelligente e, poi, se ne esista uno solo o se invece l’intelligenza del comportamento sia riconosciuta diversamente, per esempio, in culture differenti. Questo pluralismo – la cui esplorazione va ben oltre le nostre competenze – renderebbe ancora più agevole l’accettazione di ulteriori ‘stili’ di intelligenza, esibiti questa volta anche da agenti artificiali.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Novembre-Dicembre 2019 di Sviluppo&Organizzazione.
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tecnologie, Intelligenza artificiale, rapporto uomo-macchina, comportamento intelligente

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