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La cultura del cloud per affrontare la ‘nuova normalità’

Nelle diverse fasi dell’emergenza legata al Covid-19, per molte imprese la costante è stata quella di una nuova organizzazione del lavoro da remoto. Più che di Smart working, si è trattato di lavoro da casa ‘forzato’, ma in ogni caso le aziende si sono trovate a gestire i dipendenti in una modalità completamente diversa rispetto a poco prima della crisi sanitaria.

In questa situazione, sono emerse criticità legate agli aspetti manageriali e organizzativi: “Lo Smart working dovrebbe diventare uno standard del lavoro, ma serve una cultura manageriale adeguata che in Italia va ancora sviluppata”, sostiene Roberto Vicenzi, Vicepresidente di Centro Computer, società di consulenza specializzata in prodotti, servizi e soluzioni IT per le aziende. Questa cultura è stata ‘obbligatoria’ a causa del lockdown, ma adottarla davvero a livello manageriale è un’altra cosa.

Secondo Vicenzi, le aziende devono avere innanzitutto “un’infrastruttura tecnologica in grado di dare la libertà di fare Smart working ai dipendenti”. Questi ultimi “dovrebbero poter lavorare da casa come in ufficio, dotati di tutti gli accessori audio e video per operare in comodità, invece molte persone hanno dovuto attrezzarsi acquistando pc portatili durante l’emergenza, facendo registrare un incremento delle vendite di notebook”.

Roberto Vicenzi, Vicepresidente di Centro Computer

Integrare le comunicazioni aziendali per lavorare da remoto

Il Vicepresidente di Centro Computer cita recenti dati di Confindustria Emilia, secondo cui nelle province di Bologna, Ferrara e Modena (più avanzate tecnologicamente rispetto ad altre) circa il 59% delle aziende non applica modalità di lavoro in Smart working e solo il 10% circa ha più del 50% dei dipendenti che lavorano da remoto. “Nel caso in cui in futuro si dovessero presentare altre emergenze simili a quella del Covid-19, le aziende dovrebbero avere un piano a lungo termine, organizzandosi per essere più flessibili e più competitive”.

Per farlo, afferma Vicenzi, serve innanzitutto “una cultura del cloud e di unified communication”, cioè l’integrazione di tutte le forme di comunicazione aziendale in un unico sistema, che permette di lavorare in modo più semplice ed evoluto. Lo Smart working non è più una nuova opportunità, oggi è una nuova regola nel mondo del lavoro e tutti i lavoratori chiederanno di poterne usufruire con maggiore libertà.

Si tratta di un insieme di soluzioni che consente alle persone di un’organizzazione di comunicare velocemente, collaborare in modo più efficace e attivare gruppi di lavoro flessibili con la massima semplicità. Un esempio pratico è l’eliminazione dei centralini aziendali e la dotazione ai dipendenti di un software sul pc portatile con il collegamento al proprio telefono interno aziendale.

Cloud e unified communication facilitano il lavoro agile

Alla dotazione di strumenti tecnologici va affiancata la formazione agli utenti nell’utilizzo di questi strumenti di unified communication e condivisione delle informazioni. “La diffusione delle soluzioni in cloud facilita di molto l’implementazione di soluzioni per il lavoro agile. Nei nostri uffici utilizziamo Microsoft Teams per le comunicazioni audio e videoconferenza e Microsoft Office 365 per la gestione delle mail e la collaborazione. Inoltre, Citrix ci permette di ‘terminalizzare’ tramite web ogni applicazione in uso presso i sistemi informativi aziendali”.

Per competere e garantirsi un futuro nella ‘nuova normalità’, le aziende “devono investire in IT, nonostante la crisi, e l’infrastruttura deve essere flessibile”, sostiene Vicenzi. Centro Computer, che si occupa di unified communication dal 2010 e nell’ultimo anno ha visto crescere il suo fatturato del 21% arrivando a 47 milioni di euro, è testimone diretta di questa filosofia: “Da quando è iniziato il lockdown, il 90% del nostro personale poteva lavorare da casa perché sia i  dipendenti sia l’azienda erano già attrezzati tecnologicamente. Prima del lockdown, solo il 10% dei dipendenti di Centro Computer richiedeva di fare Smart working, mentre l’80% preferiva venire in ufficio. Con il blocco totale abbiamo ‘obbligato’ il 90% del personale a operare in remoto e oggi, finito il lockdown, tutti coloro che possono farlo, stanno continuando a lavorare in Smart working e chiedono all’azienda di continuare a operare in questa modalità, nonostante non ve ne sia più l’obbligo. Questa richiesta da parte dei dipendenti significa che lo Smart working diventerà una nuova modalità di lavoro standard nella nostra organizzazione”.

“Chi fino a oggi era ancora scettico ha dovuto scontrarsi con l’attualità e ricredersi”, conclude Vicenzi. “Le imprese che si sono fatte trovare impreparate di fronte a questa emergenza rifletteranno sul tipo di tecnologia di cui necessitano e dovranno decidere di investire al più presto sulle nuove soluzioni. Di conseguenza, ci aspettiamo una richiesta sempre maggiore da parte delle aziende per l’implementazione di infrastrutture che permettano ai propri collaboratori di sfruttare i vantaggi dello Smart working, senza penalizzare in alcun modo la semplicità di gestione e la sicurezza delle informazioni”.

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Gabriele Perrone

Gabriele Perrone, giornalista professionista con oltre 10 anni di esperienza, è redattore della casa editrice ESTE. Nel corso della sua carriera ha lavorato per importanti gruppi editoriali, dove ha maturato competenze sia in ambito redazionale sia nelle pubbliche relazioni. Negli anni si è occupato di economia, politica internazionale, innovazione tecnologica, management e cultura d'impresa su riviste cartacee e giornali online. Ha presentato eventi e ha moderato tavole rotonde con protagonisti manager di aziende di fronte a professionisti di vari settori in location di alto livello. Tra le sue esperienze lavorative precedenti, ci sono quelle al quotidiano online Lettera43.it e in LC Publishing Group, oltre a numerose collaborazioni con testate italiane e straniere, da Pambianco all'Independent. Laureato in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Milano, ha conseguito un postgraduate diploma alla London School of Journalism.

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