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La questione (quasi) dimenticata della produttività

Torniamo a parlare di produttività. Perché, come canta Francesco De Gregori, “anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare”. E allora, dopo oltre tre anni dalla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 20 settembre 2016, che chiedeva agli Stati membri di costituire un “National Productivity Board”, nella bozza della legge di Bilancio 2021 è spuntata la volontà di istituire il Comitato nazionale per la produttività. Di questo organo, ne avremmo avuto bisogno da un pezzo, perché ormai i buoi sono usciti dal recinto, ma in Italia va spesso così.

L’Unione europea chiedeva che il comitato fosse realizzato entro il 20 marzo 2018: ce la siamo presi comoda, evidentemente senza dare troppa importanza alla questione. E fa nulla se Bruxelles invitava già nel 2016 gli Stati membri a dare priorità alle riforme che incrementano la produttività e il potenziale di crescita. Il motivo è stato ribadito a febbraio 2019 nella Relazione sui progressi compiuti in materia di attuazione della raccomandazione del Consiglio del 20 settembre 2016 sull’istituzione di comitati nazionali per la produttività.

“La crescita della produttività del lavoro all’interno dell’Ue e di altre economie avanzate era già in declino ben prima della crisi (si riferisce a quella del 2011 e non all’emergenza Covid-19, ndr)”, è scritto nel documento. “Nonostante una recente ripresa, la crescita della produttività del lavoro e quella della produttività totale dei fattori nell’Ue e nella zona euro permangono tuttora al di sotto del livello precedente alla crisi. Inoltre, il recente miglioramento nasconde forti discrepanze tra gli Stati membri”.

A inizio 2019, l’Ue riferiva che erano appena 10 gli Stati membri della zona euro (sui 19 totali) ad aver istituito comitati nazionali per la produttività: Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Slovenia. A questi si aggiungevano altri Paesi Ue non nell’Eurozona: Danimarca, Ungheria e Romania. Quasi due anni fa, l’Italia – in compagnia di Austria, Germania, Grecia, Estonia, Spagna, Lettonia, Malta e Slovacchia – aveva, secondo secondo il documento Ue del 2019, semplicemente “annunciato la propria intenzione di istituire i comitati”. Tuttavia, noi siamo ancora senza il comitato, mentre altri, come la Germania, sono corsi ai ripari. Ma siamo in buona compagnia. Oltre al nostro Paese, a rimanere senza un organo per la produttività nell’Eurozona sono: Austria, Estonia, Finlandia e Spagna. Degli Stati Ue fuori dall’euro, il comitato manca in Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Svezia, Regno Unito.

Analisi e relazioni annuali per stimolare il dibattito

Ma che cosa dovrebbe fare l’organo chiesto dall’Ue? I comitati per la produttività devono svolgere due compiti principali: sottoporre a diagnosi e analisi gli sviluppi in materia di produttività e competitività nel rispettivo Stato membro; analizzare in maniera indipendente le sfide politiche nel campo della produttività e della competitività. Inoltre è necessario produrre una relazione annuale, considerata il principale veicolo a disposizione dei comitati per la produttività per stimolare il dibattito sulla produttività, cui far seguire attività di sensibilizzazione (eventi o seminari).

Dalla bozza circolata della legge di Bilancio 2021, in Italia il Comitato Nazionale di Produttività sarà composto da cinque membri – un Presidente e quattro Consiglieri, in carica per sei anni e con la possibilità di un solo rinnovo – supportati da una segreteria tecnica di 15 esperti, tutti con un’esperienza accademica od operativa nello studio della produttività e della competitività, delle tecnologie digitali e industriali a livello nazionale e globale e nel settore pubblico. Interessante che nel comitato si vogliano includere profili professionali con esperienza manageriale e di strategia aziendale. Chi sceglie i cinque membri? Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (due membri), il Ministero dello Sviluppo Economico (due) e il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (uno).

A proposito di Cnel, a inizio 2020, il Presidente Tiziano Treu era tornato a ribadire la necessità di istituire il Comitato nazionale per la produttività, considerato “un organismo strategico a supporto della politica economica”. Proprio per rispettare la raccomandazione dell’Ue, lo stesso Cnel, con il supporto di tutte le forze sociali ed economiche, aveva predisposto un disegno di legge per istituire anche in Italia il Comitato: il testo era stato annunciato in Senato ad aprile 2019 e assegnato alla Commissione Affari Costituzionali. Poi è arrivata la pandemia. “Vista l’urgenza”, scriveva il Cnel poco meno di un anno fa, “può essere percorsa anche la strada del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Avremmo poi familiarizzato con i Dpcm di lì a poco. Ma per un ben più drammatico motivo. E così un altro anno è passato, con buona pace della questione della produttività.

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Dario Colombo

Articolo a cura di

Giornalista professionista e specialista della comunicazione, da novembre 2015 Dario Colombo è Caporedattore della casa editrice ESTE ed è responsabile dei contenuti delle testate giornalistiche del gruppo. Da luglio 2020 è Direttore Responsabile di Parole di Management, quotidiano di cultura d'impresa. Ha maturato importanti esperienze in diversi ambiti, legati in particolare ai temi della digitalizzazione, welfare aziendale e benessere organizzativo. Su questi temi ha all’attivo la moderazione di numerosi eventi – tavole rotonde e convegni – nei quali ha gestito la partecipazione di accademici, manager d’azienda e player di mercato. Ha iniziato a lavorare come giornalista durante gli ultimi anni di università presso un service editoriale che a tutt’oggi considera la sua ‘palestra giornalistica’. Dopo il praticantato giornalistico svolto nei quotidiani di Rcs, è stato redattore centrale presso il quotidiano online Lettera43.it. Tra le esperienze più recenti, ha lavorato nell’Ufficio stampa delle Ferrovie dello Stato italiane, collaborando per la rivista Le Frecce. È laureato in Scienze Sociali e Scienze della Comunicazione con Master in Marketing e Comunicazione digitale e dal 2011 è Giornalista professionista.

Dario Colombo


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