La ricercatrice precaria e le aziende che fanno scappare i talenti

La recente notizia dell’isolamento del coronavirus da parte dell’equipe dell’ospedale Spallanzani di Roma guidata da Maria Rosaria Capobianchi ha dato il giusto risalto all’eccellenza della ricerca in ambito medico nel nostro Paese. C’è però un aspetto che va preso in considerazione: la storia professionale della ricercatrice Francesca Colavita (nella foto con il ministro della Salute Roberto Speranza).

Trentenne originaria del Molise, la biologa ha rinunciato a un posto fisso (aveva vinto il concorso di ricercatrice a tempo indeterminato presso l’ospedale di Campobasso) per proseguire la sua attività di ricerca a tempo determinato nel reparto di virologia dello Spallanzani, con uno stipendio di meno di 20mila euro all’anno.

Una scelta coraggiosa, dettata sia da ambizioni sia da passione personale, che però fa emergere quanto sia difficile, soprattutto per i giovani, lavorare in condizioni dignitose. “Mi piace quello che faccio e dove lo faccio, ma in Italia è davvero dura fare il ricercatore”, ammette infatti Colavita, la cui vicenda ci racconta anche di un Paese dove, tra lungaggini burocratiche e mancanza di fondi, realtà d’eccellenza come lo Spallanzani non sono in grado di garantire il giusto contratto e compenso ai propri talenti.

La notizia ci permette però di andare oltre, ampliando il discorso su un tema importante, ossia di come un’azienda deve essere in grado di presentarsi e raccontarsi a chi cerca lavoro. Proponiamo quindi un articolo di approfondimento per riflettere sul modo in cui attrarre i migliori talenti, che sono in grado di gestire il cambiamento e guidare le imprese nel futuro.

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