Burnout lavoro

Lavoro e burnout, la flessibilità come cura

Burnout, stress e attacchi di panico sono ormai diventati la normalità all’interno e al di fuori dei contesti lavorativi. Secondo l’edizione 2022 dell’Health report di Stada, azienda farmaceutica tedesca, dal 2021 il livello di stress degli italiani è passato dal 49% al 59%, mettendo in mostra una parabola in netta crescita. Il burnout non si manifesta solo attraverso la violenta esternazione del proprio malessere in stile Un giorno di ordinaria follia, dove il protagonista compie una serie di gesti folli dopo essere stato licenziato, ma può causare difficoltà psicologiche gravi come l’ansia patologica o la depressione. Queste condizioni, oltre a minare sensibilmente la qualità di vita delle persone, possono essere fattori di destabilizzazione all’interno di ambienti lavorativi.

Per studiare questi fenomeni, la società di headhunting e HR Reverse ha condotto uno studio volto a osservare i trend legati al burnout e individuare eventuali soluzioni. Un primo spunto di riflessione scaturisce dalle statistiche di natura demografica della survey. I dati dimostrano, infatti, un livello di stress minore nelle persone al di sopra dei 40 anni: lo stabilizzarsi della condizione lavorativa e della carriera, in molti casi già avviata, possono contribuire a un alleggerimento dei carichi psicologici. I più giovani, invece, sembrano accusare maggiormente la precarietà sociale con cui convivono, sia a causa dei problemi del mercato del lavoro sia per le ripetute crisi che hanno scosso il mondo negli ultimi tempi, pandemia di Covid-19 in primis.

Smart working bocciato all’esame wellbeing

Una via d’uscita, o almeno un primo passo verso la gestione di questo problema, può essere la diffusione di un approccio flessibile nelle aziende. Secondo lo studio di Reverse, infatti, la percentuale di stress subisce una flessione nella fascia composta da lavoratori che possono usufruire di orari flessibili (40%), rispetto a quelli che non godono di questa possibilità (50%). Lo Smart working, invece, non sembra avere un significativo effetto benefico, anche a causa della rarefazione delle relazioni umane, infatti viene ritenuto non utile per contrastare il burnout dalla metà degli intervistati.

Anche il CEO e Co-Founder di Reverse, Alessandro Raguseo, ha espresso la sua fiducia verso lo strumento del flexible work: “Gli orari flessibili sono una diretta conseguenza dell’introduzione del lavoro per obiettivi che rappresenta, a mio parere, la vera e propria svolta per il futuro del lavoro”. Il manager ha poi voluto sottolineare la bontà del percorso di flessibilizzazione intrapreso da sempre più aziende (nel 2021 il 50% in più rispetto all’anno precedente, come rivelano i dati di una ricerca condotta dalla società di consulenza Mercer).

“Nel nostro Paese c’è ancora molto lavoro da fare per arrivare a una condizione economica e psicologica ideale per i dipendenti, ma dal nostro studio emerge che qualche piccolo passo in avanti si sta compiendo, facendoci quindi ben sperare per il futuro”. La diffusione sempre maggiore di questi modelli ci permetterà, a lungo termine, di verificare l’effettiva relazione tra flessibilità e diminuzione di stress lavorativo permettendoci, eventualmente, di adottare politiche di consolidamento in questa direzione.

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