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martedì, 13 Ottobre, 2026

Lavoro poco smart e molto working (in progress)

Altro che smart: il lavoro da casa, in questi giorni di emergenza sanitaria, è un “lavoro remoto forzato”, che può diventare un “lavoro forzato remoto”. Un gioco di parole su una definizione che Luca Pesenti, Professore Associato di Sociologia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro del Comitato Scientifico del magazine […]
30 Marzo 2020
Di: Chiara Pazzaglia
30 Marzo 2020
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Altro che smart: il lavoro da casa, in questi giorni di emergenza sanitaria, è un “lavoro remoto forzato”, che può diventare un “lavoro forzato remoto”. Un gioco di parole su una definizione che Luca Pesenti, Professore Associato di Sociologia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro del Comitato Scientifico del magazine online Tuttowelfare.info, fa sua per segnalare il disappunto sull’abuso che si sta compiendo del termine “Smart working”. Pesenti aveva notato da subito un eccesso di entusiasmo nei confronti di questa forma emergenziale di lavoro da remoto, indebitamente definita come Smart working: invece, è ora più che mai necessaria la massima prudenza, proprio da parte degli operatori che si occupano di questo ambito. Infatti, questa situazione rischia di rivelarsi un boomerang: “Se fingiamo di credere che il lavoro da casa, che molti sono costretti a svolgere in questi giorni, sia Smart working, il risultato finale sarà negativo. Occorre evitare questo errore”, osserva il docente. Non c’è nulla di smart in genitori che si trovano a convivere con uno, due o più figli in pochi metri quadrati, gestendo in contemporanea due postazioni lavorative e la didattica online, o l’accudimento della prole. Tutto ciò non ha nessuna delle caratteristiche del lavoro agile.

Da strumento per la produttività a ostacolo per il lavoro

In primo luogo, rischia di far aumentare il livello di stress e di conflitto familiare. Secondariamente, anche la produttività dei genitori, costretti a lavorare da casa, sarà bassa. Lo Smart working nasce esattamente per i motivi opposti: non è ‘obbligato’, ma è una scelta volontaria. Serve a diminuire gli spostamenti del lavoratore, ad aiutarlo a conciliare alcuni aspetti della sua vita con il tempo dedicato al lavoro, ma partendo dal presupposto che, da casa, possa dedicarsi pienamente alla propria attività, aumentando, anzi, la produttività rispetto alla classica giornata d’ufficio. In questa circostanza, di contro, si rischia che non restino soddisfatte né le aziende né i lavoratori stessi. “Può essere un test al contrario, che ci insegnerà d’ora in poi la differenza tra lavoro da casa e lavoro agile”, spiega Pesenti. Non da ultimo, c’è l’aspetto tecnologico: l’azienda, per offrire questa possibilità, dovrebbe essere in grado di fornire al lavoratore adeguati strumenti. Ora, invece, ci si trova a spartirsi in famiglia spazi, gigabyte di internet, schermi di computer e tablet, spesso con mezzi insufficienti in relazione al carico di lavoro. Ma è chiaro che, già alla base, in questa emergenza manca la caratteristica primaria e principale dello Smart working, che è la facoltà del lavoratore di sceglierlo liberamente. Ovviamente, di fronte al problema del contenimento della pandemia, non abbiamo scelta: non ci sono alternative. Stiamo facendo tutti il possibile: l’importante è non confondere le idee ad aziende e lavoratori. Secondo Pesenti, infatti, è fondamentale che non venga veicolato il messaggio che lo Smart working sia quello che stiamo facendo ora: in caso contrario, passata l’emergenza, rischiamo che nessuno vi faccia più ricorso. Invece dell’anno zero del lavoro agile, il 2020 potrebbe essere l’ultimo.

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