L’inevitabile fuga da una crisi che ci va bene

Nutella? Sardine? Se un cuoco particolarmente creativo riuscisse a ‘legare’ due prodotti così diversi e all’apparenza incompatibili, probabilmente potrebbe aspirare alla Presidenza del Consiglio del Paese.

Spaventa, per usare un eufemismo, che la politica, mai come in questi anni testimonial di un preoccupante pensiero debole, si aggrappi a simili icone per allietare con la propria orchestrina gli italiani, inquieti passeggeri aggrappati sul ponte di un Titanic sempre più traballante.

Se gli eletti del – e dal – popolo leggessero, tra un tweet e una diretta Facebook, le riflessioni che Stefano Feltri ha raccolto sul suo pamphlet 7 Scomode verità che nessuno vuole guardare in faccia sull’economia italiana (Utet, 2019), troverebbero semplici ed efficaci suggerimenti per capire come affrontare il più grave dei mali che ci affligge: la scomparsa della produttività!

Perché il nostro debito pubblico non sarà mai seriamente affrontato senza una sostanziale scossa all’economia reale, ragione primaria del miracolo economico degli Anni 60 e delle buone performance che ci hanno accompagnato fino al nostro ingresso a pieno titolo nell’Unione europea.

Non è certo una novità che l’indice dell’innovazione che lega produttività a progresso tecnico sia fermo da oltre 20 anni. La produzione di un numero sempre minore di brevetti si accompagna di pari passo a una forte arretratezza nel progresso tecnologico e soprattutto a un progressivo abbandono di settori dove la produttività era in crescita a favore di quelli in cui, per sua natura, diminuisce o comunque tende a disperdersi.

Parliamo di Manifatturiero: Olivetti inventò il primo Pc al mondo. Oggi che fine ha fatto il Manufacturing? Desaparecido! Scomparsa quasi del tutto l’industria chimica e farmaceutica, mentre il mondo delle telecomunicazioni fa parlare di sé soprattutto per le lotte intestine sul suo controllo azionario. Tralasciamo per pudore il resto degli altri comparti storicamente campioni del Made in Italy.

Di questo passo il fior fiore dei laureati sfornati dai nostri Politecnici, tra i migliori in Europa, saranno pronti a emergere, ma solo altrove, come testimoniato dai recenti dati dell’Istat, secondo cui sono aumentati gli italiani che si trasferiscono all’estero.

Si tende soprattutto a identificare il nostro Paese con la Cucina, con il Food di autore, o con un certo tipo di turismo d’élite. Ottima idea, ma il valore aggiunto è decisamente più volatile e le rendite di posizione possono essere spazzate via in un amen da chiunque possegga fantasia, buon gusto e capacità imprenditoriali in qualsiasi angolo del Pianeta.

Nonostante i nostri asset artistici e paesaggistici costituiscano un unicum al mondo, ogni anno perdiamo posizioni in classifica nel confronto con alcuni tra i nostri vicini di casa. I ristoranti pluristellati spuntano a pieno ritmo ovunque, dalla Danimarca al Giappone. Non si cresce di sola pizza…

Ma è sulla valutazione di alcuni intangibles che c’è seriamente da riflettere. Risulta da alcune ricerche qualificate che la produttività cresce più rapidamente in Paesi guidati da una forte cultura meritocratica. Non solo, le aziende gestite con reali criteri di efficienza guadagnano di più e di conseguenza possono dar vita a politiche retributive in grado di premiare chi realmente produce valore aggiunto concreto. Ecco spiegata nel più semplice dei modi la virtuosa correlazione tra senso di appartenenza e retention dei migliori.

Al contrario, la nostra cultura continua a privilegiare logiche che pongono fedeltà o, peggio, affiliazione a gruppi di potere ai primi posti nella scala dei valori che contano. A essere moderatamente maliziosi verrebbe da dire che, in 20 anni di stagnazione, in fondo in fondo, alla maggioranza di noi va bene così.

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