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Si studia troppo… ciò che non serve (alle aziende)

I più qualificati faticano a trovare una posizione in linea con il titolo di studio all’interno del mercato del lavoro italiano. È uno dei nodi che mette in luce il Rapporto annuale 2024 dell’Istat, pubblicato a metà maggio. Un virus da cui le imprese italiane – indietro anche sul piano dell’innovazione, come ha sottolineato lo studio – non sembrano riuscire a guarire, nonostante quanto sostenuto da Andrea De Panizza, primo dirigente di ricerca nel corso della presentazione della ricerca: “C’è un cambiamento di pelle nel capitale umano”.

L’istruzione è sempre più diffusa, e per una volta l’Italia non è così lontana dalle altre economie europee. In 20 anni, tra il 2002 e il 2022, la quota di 20-24enni con al più la sola licenza media si è dimezzata, passando dal 30,4 al 14,9%. E contestualmente si è ridotto il divario con l’Unione europea a 27, dal 7,2 all’1,5%. Si è annullato anche il gap sulla percentuale di diplomati, e nel frattempo la quota di laureati tra i 25-34enni è arrivata al 30% (pur sotto la media Ue che è del 42%).

I candidati sono troppo istruiti

Miglioramenti, ma senza risultati concreti per l’occupazione. Anche per il capitale qualificato è sempre lì quel mismatch, si legge nel rapporto: “Manca la corrispondenza tra le competenze possedute dagli individui e le richieste dal mondo del lavoro per l’esercizio delle diverse professioni”. Il risultato? “Costi economici e sociali”.

A tutto il 2023, in Italia c’erano 2 milioni di laureati, ricorda il rapporto: “Il 34% risulta sovra-istruito rispetto all’occupazione che svolge, con una incidenza maggiore per gli Under 50”. La concentrazione più alta di chi ha studiato ‘troppo’ per il lavoro che svolge è tra i 25-34enni e nelle professioni di impiegato e tecnico (rispettivamente: 37 e 36%). Un quadro che ricorda una esilarante scena del film Smetto quando voglio, commedia del 2013 su sette brillanti laureati in cerca di lavoro in Italia: l’antropologo interpretato da Pietro Sermonti si finge senza un titolo di studio durante un colloquio di lavoro pur di strappare un posto come meccanico.

È la realtà anche odierna per i giovani italiani, che pur di lavorare accettano mansioni per cui non servirebbe nessun titolo universitario. Il picco della sovra-istruzione si raggiunge tra i laureati dell’area socio-economica e giuridica, toccando il 45,7%. La percentuale è perfino in aumento: “Tra il 2019 e il 2023, la quota dei sovra-istruiti è cresciuta di 1,1 punti percentuali”.

Il ritardo tecnologico delle aziende

Di pari passo con il difficile assorbimento dell’occupazione qualificata va il ritardo tecnologico delle imprese italiane. “Nel corso dell’ultimo decennio, la performance nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle aziende è stata relativamente debole”, ha scritto l’Istat. Neppure la velocità di connessione alla Rete va data per scontata: ci sono passi in avanti, ma le imprese con almeno 10 addetti nel 2023 risultavano dotate di una connessione di almeno 30 Mbit/s l’84% delle imprese, contro il 90% di Spagna e Germania.

Ancora più significativo il dato sui dispositivi connessi tra gli addetti, che segna la percentuale più bassa tra le grandi economie Ue, con un distacco di 10 punti dalla Germania, pur attestandosi al 55%. Circa un quarto delle piccole e medie imprese ha queste caratteristiche: “Il solo utilizzo contestuale di internet, Cloud computing e social media, escludendo tecnologie più complesse quali software gestionali e analisi dei dati”.

Nessuna minaccia poi arriva, per il momento, dall’Intelligenza Artificiale, che per le imprese italiane è ancora una perfetta sconosciuta. Ne fa uso una quota pari al 5%, rispetto all’8% della media Ue e all’11% della Germania. Spuntano però segnali positivi: è il caso dell’uso del Cloud computing, che segna una forte crescita (+40% dal 2016). Un vero boom si registra per la fatturazione elettronica, che schizza dal 41 al 97%. E non potrebbe essere altrimenti, vista l’introduzione dell’obbligatorietà.

Alla ricerca degli informatici (che mancano)

L’informatico non era un mestiere sicuro? Non sembrerebbe, stando al rapporto Istat, che a questo proposito scrive: “La carenza di competenze informatiche e del loro impiego produttivo rappresenta un elemento critico per il sistema economico nel suo insieme e dal punto di vista sociale”. Gli occupati nell’ICT sono sì cresciuti, ma lentamente rispetto alle economie competitor: “Sono oggi il 3,9% degli occupati, contro il 4,3% in Francia e Spagna, e il 5% in Germania”.

In sintesi, non si assumono, tutt’al più si fa formazione interna. Risulta infatti quasi raddoppiato, dall’8,9 al 15,9% tra il 2012 e il 2022, il numero di imprese italiane che effettuano formazione ICT, mostrando una crescita superiore a quella degli altri principali Paesi Ue e portando il nostro Paese al di sopra della Francia (12,4%), seppure ancora al di sotto della Germania (25,2%). Non tutto è perduto però. Ci sono 30 miliardi sul piatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da spendere per il potenziamento delle competenze digitali. Con obiettivi da raggiungere entro il 2030.

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