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Sostenibilità ambientale e crescita economica, il ruolo di ponte della digitalizzazione

In estrema sintesi, di fronte all’emergenza ambientale si presentano tre strade. Una prima possibilità è la decrescita. Davvero in pochi si spingono a giudicare ‘felice’ uno scenario di decrescita e non mi sembra che la prospettiva meriti un’ulteriore trattazione in questa sede.

Una seconda possibilità è il ricorso sempre più massiccio a fonti di energia rinnovabili e l’utilizzo sempre più sistematico di modelli di economia circolare che limitino il consumo di materie prime. Le fonti rinnovabili eliminano l’impatto ambientale a parità di stili di vita e di consumo. Ma si devono percorrere anche nuove vie per lo sviluppo associate a nuovi modelli di business. In particolare, le tecnologie digitali abilitano diverse modalità di sharing economy (car sharing, byke sharing, monopattini elettrici a noleggio…) che hanno un impatto positivo in termini ambientali.

Una terza possibilità consiste nella ricerca sistematica di modalità più efficienti nella produzione e nel consumo, in modo che – a parità di livelli produttivi e di stili di vita si riducano i consumi energetici e di materie prime. Si tratta in sostanza della strada indicata dalla cosiddetta Industria 4.0 (chiamata anche Quarta rivoluzione industriale): in termini generali, le tecnologie 4.0 abilitano decisioni migliori grazie a maggiori informazioni disponibili. Si hanno pertanto minori sprechi di energia-materie prime, minori scarti di pezzi difettosi, fermo-macchina meno costosi grazie alla manutenzione predittiva.

Le tecnologie devono essere complementari al lavoro umano

La seconda e la terza possibilità non sono ovviamente alternative, ma anzi insieme possono portare al cosiddetto decoupling tra crescita economica ed emissione di gas serra. Non stupisce quindi, in questa prospettiva, che l’Europa, patria del 4.0 e teatro di importanti investimenti in impianti di energia rinnovabile, sia l’unica area economica al mondo nella quale tale disaccoppiamento si è verificato: tra il 1990 e il 2018 il Prodotto interno lordo europeo è cresciuto di oltre il 60% mentre le emissioni di gas serra sono calate di oltre il 20%. Non a caso qualcuno si spinge a dire che si tratta della prima rivoluzione verde della storia.

Le tecnologie della Quarta rivoluzione industriale (Internet of Things, Intelligenza Artificiale, Cloud computing) sono intrinsecamente collegate con la possibilità di ottenere importanti risparmi energetici , ma – come tutte le tecnologie – non sono ‘neutre’: non esiste un unico sentiero possibile di sviluppo. Compito della politica economica dovrebbe essere anche il tentativo di indirizzare l’adozione di queste tecnologie verso strade che abbiano un migliore impatto sociale e che siano complementari rispetto al lavoro umano e non solo sostitutive. Stupisce, a questo proposito, il fatto che nelle politiche per la cosiddetta Transizione 4.0 non sia prevista alcuna condizionalità circa il tipo di condotta delle imprese che ricevono fondi pubblici per 13,5 miliardi di euro, mentre il decreto Semplificazioni, all’art. 47, prevede per le aziende con più di 15 dipendenti affidatarie di opere previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza l’obbligo di presentare un rapporto sulla situazione del personale in riferimento all’inclusione delle donne nelle attività e nei processi aziendali. Inoltre, nei bandi di gara, sono previsti punteggi aggiuntivi per le aziende che impiegano strumenti di conciliazione vita-lavoro e che si impegnino ad assumere donne e giovani sotto i 35 anni nella misura almeno del 30%.

Questo orientamento sembra suggerire che il Governo ritenga che vi sia un solo modo possibile per introdurre le tecnologie 4.0 nei processi produttivi, mentre invece in altri ambiti il comportamento delle imprese sia legittimamente condizionabile. A mio avviso, al contrario sarebbe corretto che l’Esecutivo ponesse alcune condizioni anche nell’accesso ai fondi per la Transizione 4.0 (per esempio in termini di mantenimento dei livelli occupazionali entro certi limiti) volte a favorire alcuni sentieri di sviluppo tecnologico rispetto ad altri.

Il collegamento tra digitalizzazione e ambiente

Il framework predisposto dalla Commissione europea per i Pnrr nazionali tiene separati il tema della digitalizzazione da quello della transizione ambientale; i piani predisposti dai Governi tendenzialmente condividono questa impostazione. Ma la stretta connessione tra digitalizzazione e politiche ambientali è nei fatti e occorre che nella progettazione si eviti di erigere rigidi steccati tra la missione 1, “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo” (in particolare la sottomissione M1C12, “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo”) e la missione 2, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. Occorre al contrario costruire ponti tra queste due tematiche intrinsecamente connesse.

L’approccio alla transizione ambientale adottato dalla Commissione europea appare peraltro coraggioso, ma espone il sistema produttivo europeo a gravi pericoli. In modo sostanzialmente unilaterale l’Europa ha deciso di eliminare la produzione di motori diesel entro il 2030 e di motori a combustione interna entro il 2035: si tratta di una decisione radicale che mette a rischio un settore (l’Automotive) di enorme peso nell’economia e nel quale i produttori europei e italiani hanno la leadership mondiale. Un’intera filiera produttiva si trova l’obbligo tassativo di re-inventarsi: l’esito può essere vitale e foriero di un nuovo futuro produttivo nel caso in cui la spinta verso il cambiamento radicale produca nuove eccellenze in settori di avanguardia. Ma i pericoli sono importanti e i costi della transizione possono essere molto elevati.

In definitiva, i guadagni di efficienza promessi dalle tecnologie digitali 4.0 daranno nei prossimi decenni un contributo importante alla transizione ambientale e occorre che i progetti del Pnrr ne tengano adeguatamente conto.

digitalizzazione, sostenibilità, scenari macroeconomici, transizione ambientale


Luca Beltrametti

Luca Beltrametti è Professore Ordinario di Politica Economica presso l’Università di Genova

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