Terapia di gruppo (di lavoro)

Lavorare da remoto, si sa, ha i suoi vantaggi. A marzo 2020, quando ancora si potevano stringere mani e fare colloqui in presenza, ho firmato un contratto di lavoro. Un contratto vero, finalmente, dopo anni di contratti di stage, collaborazione, di quelli ‘tu lavora e poi vediamo se pagarti’. Un tempismo perfetto, aggiungerei, dato che qualche giorno dopo la firma del contratto ha iniziato a spopolare l’hashtag #iorestoacasa. Nessuno poteva uscire, se non per estrema necessità. E non tutti i lavori erano considerati necessari a tal punto da essere svolti in presenza.

Il mio primo giorno di lavoro, quindi, si è svolto da remoto. Da sola nel mio studio, con il mio computer 13 pollici e la sedia della cucina, ho conosciuto i miei colleghi su Teams, Zoom, Webex (promo alert). Ammetto che la situazione fosse piuttosto strana, non mi sarei mai immaginata un primo giorno di lavoro di questo tipo.

Durante i primi due mesi nella nuova azienda ho avuto occasione di fare formazione, seguire i webinar e i convegni virtuali che, avremmo scoperto poco dopo, avrebbero riempito le nostre agende per tutto l’anno (e pare anche del 2021). Ho avuto tempo per ascoltare le pillole formative dei colleghi, per partecipare alle sessioni interattive per capire come funzionavano tutti gli strumenti utili al mio lavoro. Nonostante la distanza, penso sia stato un buon inizio. C’era l’entusiasmo legato al nuovo lavoro, i nuovi colleghi con cui collaborare, e l’attesa di entrare nel nuovo ufficio, che avrei visto solo dopo mesi di sfondi virtuali. Poco prima dell’estate, la svolta con l’allentamento del lockdown e la possibilità di tornare a popolare gli ambienti di lavoro.

Il primo giorno di lavoro nella socialità dell’azienda

Non nascondo l’emozione del mio ‘vero’ primo giorno di lavoro, quello dal vivo: potevo finalmente vedere live i miei colleghi e ho scoperto non essere assolutamente una cosa da dare per scontata. Erano persone reali, con corporature e altezze totalmente diverse da come mi ero immaginata dietro lo schermo. Mi sono resa conto che essere parte di un’organizzazione significa incrociare i colleghi in corridoio (certo, seppur con la mascherina), confrontarsi, ritrovarsi davanti alla macchinetta del caffè o sul balcone dopo la pausa pranzo.

Far parte di un’organizzazione significa non solo fare la propria parte, lavorare otto ore e raggiungere il risultato come richiesto dal superiore. Significa anche creatività, magari ispirata da una chiacchierata. L’organizzazione porta con sé valori che si traducono anche nello spazio che l’organizzazione stessa occupa, nelle sue persone.

Nonostante gli elogi sullo Smart (Remote?) working, quello svolto dalla mia azienda si traduceva più che altro in una modalità di lavoro in grado di reagire all’imprevisto e di cercare di fare quel che si poteva in un momento di estrema incertezza. Ma avere un luogo dove lavorare, che non fosse il mio studio-lavanderia di casa, non è stata cosa da poco.

La socialità ci (mi) è mancata e tornare in ufficio, incontrare i miei (nuovi) colleghi è stato un sollievo. In un periodo in cui non ci è permesso fare aperitivi e svagarci, avere un coetaneo (sì, i miei colleghi sono quasi tutti miei coetanei), che vive la tua stessa situazione di ‘instabilità’ mentale e avere modo di parlare e confrontarsi, dal vivo, è quasi… terapeutico.

Lo Smart working mi ha dato senza alcun dubbio la possibilità di iniziare un nuovo percorso; ha dato il via a una nuova avventura. Però, a posteriori, posso dirlo: stare a casa non è un buon modo per reagire a una pandemia.

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