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Verso la leadership del futuro, nuovi modelli e competenze

I primi veicoli a motore, che solcarono le strade di Londra, vennero accolti come una benedizione, potevano muoversi più velocemente delle vecchie carrozze e avrebbero presto contribuito a eliminare l’enorme quantità di letame che i cavalli rilasciavano sulle strade. Che dire? Era nato un mezzo pulito!

La storia dell’evoluzione umana è molto complessa, non accetta risposte banali e ci insegna che è molto difficile prevedere gli sviluppi di un fenomeno, osservando solamente le sue fasi iniziali.

Questo tipo di sguardo ci può aiutare nel tentativo di comprendere meglio la natura profonda dei cambiamenti che stanno attraversando il mondo delle organizzazioni e quali capacità verranno richieste alle persone, inevitabilmente coinvolte da questi mutamenti, con la consapevolezza di non disporre di grandi certezze.

L’origine di queste grandi trasformazioni coincide con il declino del modello fordista. Le ragioni che portarono al superamento di questo sistema di produzione, che aveva caratterizzato l’industria manifatturiera del Novecento, sono molteplici.

L’inizio degli Anni 70 fu segnato da una grave crisi petrolifera, ma a questo si aggiunsero importanti mutamenti sociali, capaci di modificare le logiche di consumo all’interno di mercati ormai saturi di beni durevoli.

Evoluzione che vedeva ampi settori della popolazione aspirare a differenti stili di vita, con la conseguente richiesta di beni di maggiore qualità, insieme con l’inizio di un processo che offriva lo spunto alle imprese per competere oltre il territorio nazionale.

Tutto questo contrastava con un sistema produttivo e organizzativo del lavoro rigido nei suoi presupposti e oramai incalzato dall’avvento delle nuove tecnologie elettroniche (calcolatori e macchine a controllo numerico), che rendevano più flessibili i sistemi di automazione.

La fine del fordismo non rappresenta, quindi, solo la crisi di un sistema produttivo, ma anche l’inizio di una profonda trasformazione sociale, organizzativa e culturale del mondo del lavoro, che ci accompagnerà fino ai giorni nostri.

Si affermano così nuovi modi di organizzare i processi produttivi, emergono forme atipiche e autonome di lavoro, si osserva un’importante trasformazione dei mestieri, delle professioni, ma soprattutto delle competenze utili per far fronte a un insieme di sfide che attendono ancora una piena risposta. È su questo versante che affronteremo una riflessione sul tema della leadership, dimensione tra le più coinvolte dai mutamenti in atto.

Anatomia del cambiamento

Se innovazione tecnologica e globalizzazione rappresentano il motore di queste imponenti trasformazioni, gli elementi fondamentali sui quali è necessario concentrarsi per comprendere il mutamento epocale che ha investito il mondo del lavoro, in questi ultimi anni, sono tre: la dimensione fisica del luogo di lavoro, l’organizzazione dello spazio e la struttura del tempo.

Con la loro radicale trasformazione si dissolvono, di fatto, gli assi cartesiani di un sistema sostanzialmente immutato dall’inizio della Rivoluzione industriale. Per molto tempo lavorare ha significato recarsi in un luogo preciso, uno spazio fisico che rappresentava un ambiente sociale di aggregazione, capace nel tempo di generare ‘senso di appartenenza’ e ‘idea di comunità’.

Tutto questo avveniva in un tempo definito, scandito da rituali precisi che separavano il tempo del lavoro da quello delle relazioni sociali – private e di comunità – che con l’avvento della modernità è stato definito ‘tempo libero’.

Questo tipo di relazione con il mondo del lavoro era continuativo o comunque sostanzialmente stabile: in moltissimi casi arrivava persino a coprire l’intero arco della vita lavorativa, influenzando a fondo i modelli di vita e il riconoscimento sociale delle persone.

Oggi molto poco è rimasto di tutto questo, i luoghi di lavoro perdono sempre più frequentemente pezzi della loro identità. In nome dell’efficienza produttiva la dimensione spazio-temporale è divenuta estremamente flessibile, si sono delocalizzati i posti di lavoro, che spesso vengono sostituiti da spazi virtuali e ‘luoghi digitali’.

La perdita del radicamento dissolve il senso di appartenenza, il tempo per il lavoro e quello personale si confondono. Nella dimensione digitale siamo sempre connessi, le relazioni non conoscono limiti e non sono soggette a barriere temporali.

La ‘connessione’ ha sostituito il legame. In questo scenario di inarrestabile trasformazione, molto vasto e complesso, carico spesso di ambiguità, uno dei temi più dibattuti riguarda gli stili di leadership. L’affermarsi di un nuovo modo di lavorare determina inevitabilmente un cambiamento nelle relazioni tra le persone.

Contemporaneamente si affacciano al mondo del lavoro schiere di giovani, portatori di valori e visioni del mondo differenti. Va oltre i limiti di questo articolo indagare a fondo questi aspetti, ma bisognerà prima o poi trovare il tempo per riflettere su come far dialogare efficacemente le menti dei nativi digitali con quelle dei ‘nativi analogici’: persone che sono cresciute e hanno sviluppato le loro abilità e conoscenze attraverso esperienze sensoriali completamente diverse.

Su tutte poi si profila all’orizzonte quella che si delinea come la più importante innovazione che rivoluzionerà il mondo del lavoro nei prossimi anni: l’Intelligenza Artificiale. Macchine capaci di sostituire il lavoro delle persone in compiti complessi, un tempo inimmaginabili.

Scenario che, come accade sempre in questi casi, vede il coro delle opinioni dividersi nel distinguere opportunità e minacce.

Cosa significa tutto questo per le persone? Cosa cambia nella gestione di un’organizzazione così strutturata? Quali sono gli impatti per chi ha responsabilità di guida? È infatti lo stile di leadership l’elemento di cultura aziendale esposto ai più profondi cambiamenti.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Settembre-Ottobre 2019 di Sviluppo&Organizzazione.
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