11 settembre

Accettare l’11 settembre

Ero in aula con un gruppo di persone. Conducevo la seconda – e conclusiva – giornata di un corso di formazione. I partecipanti erano ormai affiatati. Nel primo pomeriggio avevamo da non molto ripreso dopo l’intervallo, quando improvvisamente si generarono distrazione, brusio. Avrei potuto continuare seguendo il filo del mio discorso, ma mi interruppi e chiesi.

In quegli anni si potevano già scaricare le email sul cellulare. Ma si trattava di una pratica poco diffusa. Diffuso era invece l’uso di sms. Erano disponibili servizi di notizie di attualità, fornite proprio via messaggi. Uno dei partecipanti aveva il telefono acceso. E così arrivò, in forma sintetica e imprecisa, la notizia. All’inizio sembrava uno strano incidente: un aereo si è schiantato su un grattacielo, a New York.

Passammo il resto del pomeriggio – pendenti ormai dalla fonte che scaricava sms a ripetizione – a ragionare sulla notizia, cercando di capire cosa fosse successo, di interpretare, di approfondire, di prevedere le conseguenze. La partecipazione di tutti era appassionata. I muri dell’aula erano spariti: il tema del corso era passato in secondo piano.

Lo strano incidente era formativo. Non potevamo sapere cosa ci stesse insegnando, ma certo ci stava insegnando. La forza degli eventi scardina i progetti, rende irrilevanti le previsioni. La novità in sé si impone a noi come occasione di apprendimento. Chiamo queste esperienze dirompenti “formazione involontaria”.

Con il ricordo torno a percepire la sensazione che vissi – e che credo vissero con me i presenti – quel pomeriggio: sentirsi trasportati in un mondo sconosciuto, presenti non più solo in aula, ma a ciò che sta accadendo in questo momento. Un ambiente formativo sterminato, una rete planetaria di persone ‘in apprendimento’, docenti e discenti allo stesso tempo.

Apprendere dalla formazione involontaria

L’11 settembre 2001 resta un monito. Vale la pena di ricordare quel giorno non solo come astratta svolta storica, ma come tappa di una grande storia lontana da noi. Vale la pena di ricordare la data per quello che ha insegnato a ognuno di noi. Non ho più vissuto con simile nettezza quell’esperienza di sfondamento, di scomparsa dei confini. Viviamo in un’epoca di interconnessione e in qualche modo ognuno di noi era a New York quel giorno.

Quei momenti sono rimasti per me – nel mio lavoro di formatore – un punto di svolta. Da allora non ho mai più chiesto a nessuno di disconnettere i computer dalla Rete; di spegnere, durante gli incontri formativi, smartphone e tablet; non ho mai più chiesto di allontanare lo sguardo dallo schermo e non tocco la questione, nemmeno di fronte a ostentati abusi. Certo, lo smartphone o il tablet accesi inducono in tentazione: offrono la possibilità di estraniarsi dal gruppo e di fare altro. Ma ogni formatore sa che anche a smartphone spenti si corre istante dopo istante il rischio della distrazione, del disinteresse, dell’andare altrove con la mente.

Sta al formatore tenere desta l’attenzione. C’è sempre il modo per tirare le fila, per cercare una sintesi e riportare il pensiero dei presenti su un argomento che si sta trattando. A questo scopo, può essere usata proprio la Rete: si può proporre di cercare sul web qualcosa di attinente; si può cercare su un dizionario o un’enciclopedia (per esempio la storia di vita e l’immagine di una persona, la scheda che riassume il senso di un libro…). Insomma, si può costruire insieme conoscenza.

Il formatore sa accettare divagazioni, deviazioni, e sa tornare da lì sui punti chiave, sui nodi attorno ai quali si sta lavorando insieme. Sa accettare che, se pur è vero che la separatezza dell’aula dal mondo è una risorsa da usare – essere lontani dai rumori del mondo può giovare – è vero anche il contrario: l’aula non è una difesa dal mondo e non merita di essere usata come strumento per evitare gli eventi e le connesse emozioni.

Ciò che vale per il formatore, vale per ogni manager. Fidatevi di voi stessi, usate ogni tecnologia, ma sempre facendo il possibile per tenere le redini in mano. Non restate legati a un progetto, a un programma. Accettate l’11 settembre. Ogni istante, in realtà, è ‘un 11 settembre’: accade qualcosa di nuovo, qualcosa che ci invita a pensare in modo nuovo. La formazione che più serve, è abituarci a vedere questa novità e a trarne le conseguenze.

Il tema della formazione involontaria è dibattuto e analizzato all’evento Formare e Formarsi del 30 novembre 2021, di cui Parole di Management è Media Partner. Per informazioni sull’evento, clicca qui

formazione, attentato Torri Gemelle, 11 settembre


Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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