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Aziende chiuse per Natale: in ferie da cosa?

Nel 2023 chi è tornato al lavoro il 3 gennaio può confermare la piacevole esperienza di guida per arrivare in ufficio: neppure un attimo di coda. Stessa situazione in ufficio: ranghi ridotti, ritmi compassati e telefoni per lo più silenti. Succede a Milano, ma alla luce delle segreterie telefoniche attive e delle risposte automatiche via mail, il fenomeno sembra essere diffuso un po’ in tutta Italia. Lo possono testimoniare coloro che dai (pochi) uffici aperti nei giorni che precedono l’Epifania 2023 hanno tentato di mettersi in contatto con clienti, fornitori e partner, il cui rientro è previsto dal 9 gennaio.

Sono passati 10 anni da quando Sergio Marchionne, parlando agli studenti della Bocconi, raccontò l’aneddoto (diventato poi virale) di quando arrivato in Fiat in pieno agosto nel 2004 si ritrovò gli uffici semideserti a causa dell’inizio delle festività estive del personale: “In ferie da cosa?”, si domandò l’Amministratore Delegato di quello che sarebbe diventato Fca Goup. Da allora, la cultura del lavoro è cambiata drasticamente in Italia, soprattutto dopo la pandemia che ha prodotto enormi quantità di stress e ha portato molte persone a rivalutare la convenienza dei propri sforzi lavorativi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’emergenza sanitaria ha causato, solo nel primo anno, un aumento del 25% dei casi di ansia e depressione. Quella del 2004 era davvero un’altra epoca, la crisi del 2008 non aveva ancora sconvolto le economie mondiali e gli choc degli ultimi anni non erano neppure immaginabili; di conseguenza, un po’ di pausa per estraniarsi, almeno momentaneamente dai problemi del nostro tempo, è sicuramente desiderabile.

Nonostante lo scenario e la necessità di rallentare i ritmi, c’è pur sempre da fare i conti con una situazione economica drammatica e le prospettive per il futuro non sono rosee. Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia è l’unico Paese europeo in cui gli stipendi non crescono da 20 anni, ma nel frattempo, l’inflazione è ai livelli più alti dagli Anni 80 e lo stesso vale per i costi dell’energia e dei carburanti.

Spettatori (paganti) di un’economia impantanata e a rischio recessione

Oltre a questi dati, se ne possono aggiungere altri. Per esempio si fa spesso riferimento ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), come se fossero la soluzione a tutti i nostri problemi. Da aprile 2022, l’Italia ha incassato 67 miliardi di euro del Pnrr, ma ne ha spesi meno di un terzo (21 miliardi, pari al valore della prima rata versata dall’Unione europea ormai nove mesi fa): i soldi ci sarebbero, ma i progetti non iniziano e molte imprese non sono neanche a conoscenza dei bandi. Tutto ciò, sempre restando in bilico sulla soglia delle scadenze europee (il 31 dicembre 2022 infatti si è chiuso il quarto trimestre dell’anno e con esso il termine per completare gli obiettivi previsti dal Pnrr).

Guardando poi al Manifatturiero – l’Italia è, forse ancora per poco, il secondo Paese europeo e ottavo mondiale del settore – la situazione è complessa: la relativa stabilità del Purchasing managers index (Pmi) del Manifatturiero italiano non deve illudere, perché se è vero che da novembre a dicembre 2022 siamo passati da 48,4 a 48,5, c’è da evidenziare una preoccupante tendenza inerziale di un settore industriale che, al posto di essere inceppato, dovrebbe trascinare l’Italia fuori dalla crisi (come ha spesso fatto). Da non dimenticare poi che i dati sull’andamento del Manifatturiero di gennaio 2023 dovranno tenere conto di quasi 10 giorni in meno di produzione a causa proprio delle festività.
La domanda di Marchionne resta quindi valida. Esattamente, siamo in ferie da che cosa?

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