Abbigliamento_lavoro

Che fine hanno fatto giacca e cravatta in ufficio?

Se fino a una ventina di anni fa, in ufficio era prassi comune indossare abiti formali, che prendessero come riferimento l’abbigliamento dei piani alti delle gerarchie aziendali, dai primi Anni 2000, quando il settore tecnologico è diventato tra i motori trainanti dell’economia, questo approccio al dress code – con i dirigenti della Silicon Valley che vanno in ufficio in jeans e felpa con il cappuccio – è molto cambiato. Ma questa tendenza all’informalità si è diffusa poi anche in molti altri settori. Fino a che, da 2020, il passaggio al lavoro a distanza, caratterizzato da riunioni in giacca, pantaloni della tuta e pantofole ha ribaltato ancora di più i codici di abbigliamento da lavoro e ora si stima che, secondo quanto riportato dalla Bbc, il 79% dei luoghi di lavoro negli Stati Uniti preveda un codice di abbigliamento casual. E mentre le aziende sperimentano nuovi modelli ibridi, con un timido ritorno al lavoro in ufficio, poche sono invece quelle chiedono il ritorno all’abbigliamento formale.

Questo non significa, però, ha fatto notare l’emittente britannica, che vestirsi in un certo modo non possa facilitare l’inserimento in un nuovo ambiente lavorativo o, più generale, non incida sulla percezione di responsabili e colleghi. Che la carta vincente sia la formalità o meno, un ottimo approccio è osservare il modo in cui si vestono le altre persone dell’organizzazione nella quale si desidera lavorare, cercando di imitarlo, ma con un tocco di originalità. “Con il tuo modo di vestire stai inviando un messaggio su dove ti posizioni e a cosa aspiri. Alcuni studi hanno dimostrato che è più probabile che i manager assumano e promuovano persone che considerano simili a loro, anche per come si presentano”, ha evidenziato Sarah Archer, Business Coach dell’azienda londinese CareerTree Coaching.

L’abito fa il monaco, ma non basta

Allineare il proprio stile a quello dei dirigenti aziendali può essere proficuo anche da un altro punto di vista. Alcune ricerche citate dalla Bbc hanno, infatti, messo in luce che indossare abiti più formali può far sentire i lavoratori più sicuri di sé e migliorare effettivamente le prestazioni: un aspetto che anche Archer ha riscontrato tra i suoi clienti. Inoltre, dimostrare di aver interpretato correttamente le regole, anche non dette, del posto di lavoro e di saperle rispettare è un punto a favore per qualsiasi candidato, specie quando identificare e trovare lo stile può essere meno immediato e scegliere un outfit mirato significa mostrarsi in linea con la cultura aziendale e averla compresa.

Anche il sesso e la razza giocano un ruolo nelle regole implicite del codice di abbigliamento. Una leggere modifica nella lunghezza della gonna, per esempio, può influire sulla percezione della competenza di una manager donna. E per i lavoratori appartenenti a minoranze etniche, decidere quanta autenticità, espressa con la scelta di un outfit che rimanda alle proprie tradizioni può significare correre il rischio di essere visti come inadeguati.

Detto ciò, è chiaro che per quanto possa essere importante prestare attenzione all’impressione che il proprio aspetto può veicolare, ciò che conta, ha ricordato l’emittente britannica nella sua analisi, sono pur sempre le competenze. L’abito, come dice il vecchio detto, non fa il monaco e se un manager nota che un collaboratore ha allineato il proprio guardaroba al ruolo cui aspira, questo è magari un segnale positivo, ma forse niente di più: vestirsi in un certo modo non è un indicatore attendibile per capire se una persona sia in grado di svolgere o meno un lavoro. Nel dubbio, meglio focalizzarsi su qualcosa di più affidabile di un… tailleur ben stirato.

Silicon Valley, abbigliamento, Sarah Archer


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Erica Manniello

Laureata in Filosofia, Erica Manniello è giornalista professionista dal 2016, dopo aver svolto il praticantato giornalistico presso la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli. Ha lavorato come Responsabile Comunicazione e come giornalista freelance collaborando con testate come Internazionale, Redattore Sociale, Rockol, Grazia e Rolling Stone Italia, alternando l’interesse per la musica a quello per il sociale. Le fanno battere il cuore i lunghi viaggi in macchina, i concerti sotto palco, i quartieri dimenticati e la pizza con il gorgonzola.

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