Cloud

Il cloud del futuro è pubblico

La sempre crescente digitalizzazione delle aziende ha portato alla diffusione del cloud. Dall’inglese “nuvola”, questa modalità di archiviazione si distingue principalmente in due ambiti: private e public. Il primo si riferisce a piattaforme con permessi ‘limitati’ e a uso esclusivo di una singola azienda, il secondo, invece, riguarda le risorse infrastrutturali condivise fra più organizzazioni e che prevede la gestione da parte di un provider esterno. E il settore è in costante crescita: il fornitore di previsioni, Gartner, ha rilevato come oltre il 65% del budget 2025 per i software (contro quasi il 58% del 2022) è destinato a tecnologie cloud.  

In particolare, all’interno di mercati che si occupano di software applicativo, infrastrutturale, di servizi di processo aziendale e dell’infrastruttura di sistema, la metà degli investimenti IT 2025 è volta al passaggio da soluzioni tradizionali al Public cloud (contro il 41% del 2022). Un trend confermato anche da Cision (fornitrice di soluzioni marketing) che ha rilevato come il mercato della ‘nuvola pubblica’, entro i prossimi tre anni, sia stimato intorno a 800 miliardi di dollari (circa 727 miliardi di euro), con una crescita annua costante che si aggira fra il 15 e il 17%. 

“Le aziende hanno compreso la possibilità di usufruire dei sistemi, senza doverli gestire internamente; inoltre la pluralità di provider, portatrice di competitività, garantisce servizi sempre più innovativi e vantaggiosi”: è il pensiero di Romeo Scaccabarozzi, Amministratore Delegato di Axiante, business innovation integrator che supporta le aziende nella trasformazione digitale. 

Sicurezza, skill e costi fra le sfide del Public cloud 

Nonostante la sua forte espansione, è importante sottolineare che la strada del cloud non è stata sempre priva di ostacoli (e non lo è tuttora). “Fino a pochi anni fa, aleggiava la forte preoccupazione che, archiviando i dati ‘fuori casa’, questi non fossero sufficientemente protetti”, ricorda Scaccabarozzi, che prosegue spiegando come questo ‘limite’ si sia poi trasformato in un plus. Molte aziende, infatti, hanno compreso che la lotta contro gli hacker rappresenta un’attività costante e onerosa (in termini sia di costi sia di tempo): i cyber-criminali sono molti e trovano quotidianamente nuove strategie di attacco a cui risulta difficile far fronte se non si è specializzati. “Nel mercato della nuvola si trovano, invece, le competenze giuste e le energie impegnate nel campo della sicurezza sono importanti e continue; questo ha trasformato molti ‘timorosi’ in sostenitori e ‘promoter’ del cloud”, commenta l’AD di Axiante. 

Una seconda importante consapevolezza riguarda le competenze: Idc, azienda globale di ricerche di mercato, ha rilevato che nel 2021, quasi quattro aziende su 10 hanno dichiarato di non avere le skill necessarie per la corretta gestione di questo ambiente. Ciò deriva dal fatto che non basta effettuare il passaggio da on premise a cloud, ma – una volta all’interno – è essenziale sapervi performare in modo corretto. 

Infine, Scaccabarozzi sottolinea il tema dei costi: “Da un lato, le aziende sono attratte dai prezzi vantaggiosi di queste tecnologie, che permettono un notevole risparmio in termini di personale competente e – per quanto riguarda il Public cloud – sono condivisi con altri clienti; dall’altro, chi frequenta l’ambiente da alcuni anni ha maturato la consapevolezza dello ‘spreco’”. Secondo la società di software Flexera, infatti, quasi un’azienda su tre ritiene di non sfruttare al massimo la spesa effettuata. Da un’altra loro indagine, poi, emerge che le imprese puntano a ottimizzare (nei prossimi anni) l’uso del cloud, con l’obiettivo di risparmiare, ed esprimono il bisogno di visionare una reportistica più dettagliata rispetto a quanto speso. 

Le strategie offensiva e difensiva del Data management 

Ma oltre a questi aspetti, ce n’è uno che, per l’AD di Axiante, rappresenta la vera sfida: configurare un contesto differente rispetto all’attuale. La moltitudine di dati maneggiati e la pluralità di provider hanno, infatti, creato due ‘sotto-categorie’ di cloud, l’hybrid e il multi. Il primo si configura quando un utente decide di affidare alla nuvola pubblica solo alcune informazioni, tenendone private altre. Il multi-cloud, invece, si riferisce a quando un’azienda decide di affidarsi a diversi provider, distribuendo così i dati in diversi ambienti. Entrambe queste modalità complicano molto il Data management. Così, Scaccabarozzi, riprendendo un concetto espresso dal professore americano Thomas Davenport, spiega che le imprese utilizzano principalmente due tipologie di strategia per affrontare il problema della gestione delle informazioni: offensiva e difensiva.  

Per utilizzare una metafora, la prima ipotesi è quella in cui un allenatore esorta la propria squadra ad attaccare, cercando di segnare più reti possibili senza preoccuparsi di subirne; la seconda, al contrario, è ben rappresentata da un team che si chiude in difesa, evitando che gli avversari riescano a fare goal, ma senza provare a loro volta a tirare in porta. Calando il discorso in ottica di Data management, nella strategia difensiva le caratteristiche del dato sono definite a monte, dall’alto; in quella offensiva, invece, c’è più flessibilità: ci sono regole stabilite, ma la business line ha molta più libertà di aggregare i dati con una provenienza non sempre prestabilita. “È chiaro che entrambe le strategie presentino plus e minus, tuttavia per poter essere competitivi è necessaria una componente offensiva”, commenta il manager, secondo cui la tattica esclusivamente difensiva non permette quegli spazi di manovra necessari per competere nei mercati molto dinamici. 

Il futuro è incerto, serve allenarsi all’imprevedibile 

Per raggiungere questo proposito è necessario accompagnare le imprese attraverso un percorso strutturato in cui il provider esterno e le sezioni IT e Business dell’azienda ‘facciano squadra’ nel definire la Data strategy del biennio successivo, il piano esecutivo – con le ipotesi di investimenti, azioni, valutazione dei rischi – e gli obiettivi. Una volta stabilito il procedimento, poi, Scaccabarozzi ritiene utile prediligere un approccio step-by-step, che mostri i risultati raggiunti su un aspetto, prima di procedere con il successivo: “Questo metodo permette di acquisire maggiore fiducia da parte delle aziende, che possono monitorare e verificare costantemente il progress dell’attività (necessità confermata da una ricerca di Forrester che ha rilevato come solo quattro manager su 10 abbiano piena fiducia nei dati messi a loro disposizione); inoltre, consente loro di frazionare gli investimenti, saldando i costi solo dopo aver ottenuto un risultato concreto”. Ed è questo, secondo l’AD di Axiante, il ruolo dei business innovation integrator: essere aperti alle innovazioni valorizzando quello che già si possiede e tenendo a mente gli obiettivi di business. 

Ma per rimanere aggiornati e fare progressi è importante che vi sia il trasferimento del sapere fra membri della squadra: “Una costante condivisione di conoscenze permette di mantenere alto il livello del team, porsi obiettivi sempre più sfidanti e prepararsi ad affrontare nuove sfide”, commenta il manager, secondo cui è importante ambire a risultati difficili da raggiungere, con la consapevolezza che, per quanto complessi, sono raggiungibili se ci si prepara bene. La squadra, così, per poter essere competitiva deve capire che non è possibile prevedere il domani: “L’azienda che si ferma, convinta di conoscere ciò che ha in serbo il futuro, non può arrivare lontano; bisogna essere costantemente preparati ad affrontare le novità”, chiosa Scaccabarozzi. 

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Francesca Albergo

Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione – percorso del teatro e dello spettacolo – Francesca Albergo ha successivamente conseguito un master in Professioni e Prodotti per l’Editoria. Dopo un’esperienza di cinque anni nelle Risorse Umane – durante i quali non ha mai abbandonato lettura e stesura di testi – la passione per le parole, la scrittura e (soprattutto) la grammatica l’ha portata a riprendere la sua strada, imparando a ‘vivere per lavorare’, come le consigliò un professore al liceo. Amante della carta e del ‘profumo dei libri’ si è adattata alla frontiera digital dell’Editoria, sviluppando anche competenze nella gestione di CMS. Attualmente collabora in qualità di editor e redattrice con case editrici e portali web. Nella sua borsa non mancano mai un buon libro, una penna (rigorosamente rossa) e un blocco per gli appunti, perché quando un’idea arriva bisogna esser pronti ad accoglierla.

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