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Il tempo c’è, ma non sappiamo gestirlo

Il pollice che preme freneticamente lo schermo dello smartphone; le notifiche a fare da sottofondo costante; email inviate e ricevute a qualsiasi ora. L’immagine più comune che abbiamo di noi stessi è quella di persone sempre di corsa, prive del controllo del proprio tempo e ostaggi della tecnologia, che ci avrebbe allontanati dalla vera comunicazione umana. Niente più che uno stereotipo, sostiene Judy Wajcman nel libro La tirannia del tempo. L’accelerazione della vita nell’era del capitalismo digitale (Treccani Libri, 2020). Per la sociologia, in realtà i device tecnologici hanno un potente valore emancipatorio e numerosi studi hanno dimostrato che dagli Anni 60 a oggi il tempo libero è aumentato, non diminuito. L’autrice riconosce quindi che siamo schiavi di un modello che ci siamo autoimposti, prigionieri del mito dell’accelerazione che pensiamo tipico della nostra epoca, ma che in realtà ha una lunga tradizione alle spalle e di uno stile di vita indaffarato che spesso è considerato solo uno status symbol.

“Il tempo, a quanto pare, è diventato un lusso”: è l’affermazione con la quale si apre il libro. Eppure, fino a non molto tempo fa le riflessioni sulla società postindustriale lasciavano presagire una rivoluzione del tempo libero innescata dai processi di automazione; molti sociologi parlavano addirittura di “fine del lavoro” e, con una certa apprensione, si chiedevano come sarebbero state utilizzate tutte quelle ore libere. Wajcman dimostra che la quantità di tempo libero a nostra disposizione è, in realtà, aumentata e non diminuita, perché in media la durata dell’orario di lavoro nel mondo occidentale è cambiata ben poco tra gli Anni 70 del XX secolo e il primo decennio del 2000. “Se poi si aggiunge il fatto che ora la nostra aspettativa di vita si è allungata – quindi abbiamo materialmente più anni a disposizione – questa incongruenza tra tempo oggettivo e tempo soggettivo appare ancor più inspiegabile. Il divario tra la quantità di tempo libero o discrezionale di cui effettivamente disponiamo e questo nostro sentirci sempre trafelati e stressati è stato definito come il ‘paradosso della pressione del tempo’”, si legge nel libro.

Essere indaffarati per avere vita appagante

Per la sociologa, la domotica, che in teoria avrebbero dovuto farci risparmiare ulteriore tempo, hanno fallito nell’intento di ridurre il carico di lavoro, almeno tra le mura di casa. Oltre a ciò, il tempo del lavoro (non soltanto la sua durata, ma anche il ritmo, l’intensità o quella che potremmo definire la sua densità), i mutamenti nei modelli lavorativi, negli assetti familiari e nell’idea stessa di genitorialità si sono tutti rivelati fattori di stress. “I nostri rapporti sociali e le nostre comunicazioni quotidiane sono sempre più caratterizzate da una connettività onnipresente e multiforme, mentre la vita in ufficio ha finito per essere identificata con un sovraccarico di informazioni, continue interruzioni, multitasking e crescenti aspettative nella velocità dei tempi di risposta”, è la tesi di Wajcman.

Ma non solo: le tecnologie dell’informazione hanno portato a un’intensificazione nelle attività legate al consumo e anche al tempo libero, in pratica a quella che è spesso definita la cultura dell’istantaneità o dell’immediatezza. La studiosa, nel suo libro, non propone soluzioni per la nostra situazione attuale, ma suggerisce di gestire la tecnologia in modo strategico, senza perdere lo sguardo critico. “Invece di rifiutare la velocità moderna tentando di riportare indietro l’orologio, dovremmo accogliere con gioia le sue potenzialità per il pensiero, il giudizio, la solidarietà umana e il cosmopolitismo”, è il suo messaggio. La tirannia del tempo è quindi un libro che invita a un ripensamento del dibattito sull’equilibrio tra vita privata e lavoro e sulle dinamiche emergenti della nostra società.

La tirannia del tempo, Judy Wajcman, capitalismo digitale


Elisa Marasca

Elisa Marasca

Elisa Marasca è giornalista professionista e consulente di comunicazione. Laureata in Lettere Moderne all’Università di Pisa, ha conseguito il diploma post lauream presso la Scuola di Giornalismo Massimo Baldini dell’Università Luiss e ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Urbino. Nel suo percorso di giornalista si è occupata prevalentemente di temi ambientali, sociali, artistici e di innovazione tecnologica. Da sempre interessata al mondo della comunicazione digital, ha lavorato anche come addetta stampa e social media manager di organizzazioni pubbliche e private nazionali e internazionali, soprattutto in ambito culturale.

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