Orario di lavoro

Keynes, non dovevamo smettere di lavorare?

Era il 1930 quando John Maynard Keynes, padre della Macroeconomia e tra i più influenti economisti del XX secolo, scriveva che nel 2030 la più grande sfida che avrebbe dovuto affrontare l’umanità sarebbe stata quella di occupare il proprio tempo libero, lavorando tre ore al giorno e favorendo, così, il progresso verso una società migliore e libera dal lavoro. 

Sono passati 92 anni dalla formulazione del pensiero keynesiano e siamo ancora lontani dalla sua realizzazione, ma la teoria è periodicamente riproposta e abbracciata da esponenti politici di tutto il mondo. L’ultimo in ordine di tempo è stato Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle: “Oggi, grazie alla tecnologia, possiamo ridurre la settimana lavorativa e liberare il tempo per altre attività più adatte a quella che potremmo finalmente chiamare vita”. 

Una rivoluzione concreta in questi termini non è mai avvenuta. C’è da chiedersi come mai, sebbene la tecnologia sia sempre più avanzata e dominante in ogni settore lavorativo; inoltre, i dati sul tempo di lavoro – soprattutto in Italia – svelano un totale contrasto con le previsioni di Keynes. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), un italiano lavora in media 1.723 ore all’anno (contro un tedesco che ne lavora 1.356), e gli italiani hanno un tasso occupazionale del 58%, contro i tedeschi che ce l’hanno del 79%. Stando sul paragone con la Germania – locomotiva d’Europa e primo Paese per produzione manifatturiera (l’Italia è ancora al secondo posto) – c’è poi da aggiungere il fatto che i tedeschi lavorano il 20% in meno di noi, ma producono il 20% in più degli italiani. 

La qualità della vita è prioritaria e le “Grandi dimissioni” ne sono la conferma 

Questi numeri, indipendentemente dalla competizione statistica tra i vari Paesi d’Europa, raccontano una relazione tra ore di lavoro e produttività che è inversamente proporzionale: per produrre di più non serve lavorare di più. Chi l’ha capito è in una situazione di ideale e potenziale equilibrio tra la corsa alla produttività imposta dal capitalismo e il desiderio di avere maggiore tempo libero.  

D’altronde, il fenomeno delle “Grandi dimissioni” (“Great Resignation”) che da aprile 2021 si sta verificando in tutto il mondo occidentale, dice proprio questo: le persone si licenziano sempre di più, perché non sono soddisfatte del proprio lavoro. Secondo uno studio di McKinsey (multinazionale di consulenza strategica), dalla primavera 2021, negli Stati Uniti, oltre 19 milioni di lavoratori si sono dimessi. Nel nostro Paese la tendenza non sembra essere molto diversa: secondo il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, si sono registrate 485mila dimissioni su un totale di circa 2,6 milioni di contratti cessati e la quota di abbandono volontario sul totale degli occupati ha superato il 2% per la prima volta da anni (livelli non lontani da quelli degli Usa). 

Le ragioni di questo fenomeno? In primis il burnout (l’esaurimento) di cui soffrono le persone, dato dal protrarsi di attività lavorative alienanti o usuranti, poi la necessità vivere in luoghi di lavoro più flessibili, di avere maggiori benefit e di supporto per il proprio benessere e infine, in alcuni casi, il rifiuto di tornare, dopo mesi di pandemia e di lavoro da remoto, in uffici talvolta molto lontani da casa (fonte: uno studio dell’Institute for Business Value).  

Tutte queste ragioni si riconducono a uno stesso concetto, ossia quello di ‘qualità della vita’, che pare essere diventato prioritario per i lavoratori rispetto alle questioni legate alla retribuzione. E quest’etichetta comprende vari fattori: le relazioni umane tra colleghi, la valorizzazione del proprio talento e delle proprie competenze, il lavoro per obiettivi, ecc. Dunque, perché il lavoro “nobiliti l’uomo” – come asseriva nell’Ottocento il naturalista Charles Darwin – senza schiacciarlo, una soluzione potrebbe essere di ricorrere alla tecnologia, proprio come suggeriva Keynes. 

L’egemonia della tecnologia si tema ancora 

Sul fronte della tecnologia, però, il confine tra il dominio degli esseri umani sulla tecnologia e viceversa è molto labile: bisognerebbe riuscire, come sostiene – tra gli altri – il sociologo Domenico De Masi, a delegare alle macchine la parte più meccanica del lavoro, per lasciare all’umanità l’aspetto più creativo e intellettuale. Ma qui si entra in una questione morale, perché seguendo questo principio si rischia di eliminare una serie di posti di lavoro che, per quanto basati su attività ripetitive, consentono a molte persone un’autonomia economica. 

Di fronte a questo timore, molti filosofi contemporanei, tra cui Michele Marsonet (Professore Ordinario di Filosofia della Scienza e Preside della Scuola di Scienze Umanistiche di Genova) rassicurano dicendo che: “Le macchine e i robot non ci sostituiranno, ma ci affiancheranno. Sono una nostra estensione per procedere con maggiore velocità e precisione. Ma il controllo su di essi sarà sempre dell’uomo”. Il filosofo hi-tech Cosimo Accoto – autore di articoli anche per il nostro quotidiano – asserisce: “Certamente il mondo del lavoro è in trasformazione profonda. Alcuni lavori scompariranno, mentre altri nuovi stanno nascendo e nasceranno. Le stime per l’Italia – secondo l’analisi del think tank Ambrosetti – dicono che possono essere sostituiti dalle macchine circa 3 milioni di posti di lavoro nei prossimi 15 anni, ma con la creazione di quelli nuovi – per il Politecnico di Milano – dovremmo avere comunque un saldo positivo di poco più di 1 milione di posti”. 

Di fronte a tanta complessità, ci sono due certezze: nel corso dei secoli tantissime mansioni sono state sostituite dalle macchine e sono cambiate radicalmente, creandone di nuove e di diverse; inoltre, affinché le persone siano pronte a lavori nuovi, l’umanità necessita di formazione e di acquisire competenze prima sconosciute; da questo non si può prescindere.  

Esperimenti sul modello keynesiano nel mondo 

Che il mondo del lavoro sia complesso e in evoluzione e che la tecnologia sia ambivalente è chiarissimo, eppure in alcuni Paesi sono stati fatti esperimenti in linea con la teoria di Keynes, con il fine di liberare i lavoratori dalla fatica eccessiva e garantire loro maggiore flessibilità e tempo libero, senza rinunciare alla competitività in termini produttivi. Si pensi all’Islanda che, tra il 2015 e il 2019, ha ridotto l’orario di lavoro di 2.500 dipendenti pubblici da 40 a 35 ore lavorative, pur mantenendo invariata la retribuzione. 

Secondo una ricerca condotta dal think thank inglese Autonomy, la produttività è rimasta la stessa e in alcuni casi è anche aumentata. Com’è stato possibile? Per riuscire a mantenere il medesimo livello di servizi è stato necessario rimettere mano all’organizzazione del lavoro: dal taglio dei compiti inutili, riunioni più brevi e, soprattutto nel settore sanitario, sono state assunte nuove persone per compensare le ore perse. Per questo motivo tra il 2019 e il 2021 sono stati stipulati nuovi contratti di lavoro per l’86% dei lavoratori. 

Esperimenti simili si stanno facendo anche altrove, con conseguenze diverse e non sempre vantaggiose. In Belgio, per esempio, l’intenzione del Governo è quella di passare a una settimana lavorativa di quattro giorni senza toccare i salari, ma aumentando l’orario di lavoro: dalle sette ore e mezza a più di nove al giorno, anche per ridurre l’impatto ambientale generato dal pendolarismo. Avversi alla proposta sono i sindacati, i quali temono che l’aumento di ore lavorative possa nuocere alla salute dei lavoratori. 

In Spagna, l’azienda di moda Desigual ha approvato a larga maggioranza la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni, con l’opzione anche di usare lo Smart working. La modifica del modello produttivo porterà in questo caso a una diminuzione dei salari di circa il 6,5%. In Giappone, nell’estate del 2019 Microsoft ha sperimentato il modello di 32 ore lavorative settimanali: la produttività è salita del 40% e la produzione di anidride carbonica è scesa del 20%. In Nuova Zelanda ci sta provando Unilever e il test per i suoi 80 dipendenti si conclude a fine 2021. 

E per quanto riguarda l’Italia? Secondo i dati Ocse nel nostro Paese si lavora molto di più rispetto alla media europea (peggio di noi fanno solo Grecia ed Estonia). La settimana lavorativa corta è per il momento circoscritta all’iniziativa di poche aziende private e non c’è nessun progetto su larga scala. Insomma, la strada per l’applicazione della teoria keynesiana è ancora lunga e richiede, prima di tutto, la regolamentazione di molti aspetti legati all’organizzazione del lavoro e della vita privata. È probabile che nel 2030 continueremo a lavorare proprio come già stiamo facendo.

Smart working, burnout, John Maynard Keynes, Macroeconomia

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