La nuova rivoluzione industriale è green

L’ambiente è oramai unanimemente riconosciuto come una priorità dall’opinione pubblica, in particolare dai giovani (si pensi al seguito ottenuto da Greta Thunberg), che sempre di più domanderanno prodotti a basso impatto ambientale e che siano più sostenibili.

Anche le istituzioni si stanno sempre più muovendo in questa direzione, sia attraverso piani di sviluppo e investimento, sia modificando la regolamentazione in modo da favorire sempre di più quella che si presenta come una vera e propria transizione verso un nuovo modello economico e sociale.

La Commissione europea ha appena varato il proprio Green Deal, piano ambizioso che ha l’obiettivo di far diventare l’Europa la prima area al mondo a impatto climatico zero entro il 2050. Il piano potrebbe mobilitare, attraverso l’effetto leva, fino a 1.000 miliardi di investimenti per l’economia verde nei prossimi 10 anni, favorendo la transizione anche attraverso assistenza tecnica e il necessario coinvolgimento delle comunità più interessante.

Anche la Banca centrale europea (Bce) si muove in questa direzione: la Presidente Christine Lagarde vuole dedicare uno spazio specifico ai green bond nel programma di acquisti della Bce. Il mercato apprezza e garantisce tassi più bassi alle emissioni verdi o sostenibili.

Ancora oggi, tuttavia, c’è chi vede queste tematiche come un insieme di vincoli e quindi di costi. Ma quando un trend è ormai così chiaro, non si tratta di costi, quanto di un’opportunità da cogliere al volo.

Straordinaria occasione per l’Italia (e non solo)

L’Italia non può sottrarsi a questa sfida, non soltanto per gli elevatissimi costi che un Paese come il nostro, vera e propria piattaforma in mezzo al Mediterraneo, dovrà sopportare in caso di inazione, ma anche perché è uno dei principali Paesi manifatturieri nel mondo e può dare un enorme contributo verso una economia più sostenibile, rafforzando al tempo stesso la propria competitività.

La sfida deve vedere il coinvolgimento di tutti. Si tratta, infatti, come già avvenuto per altre grandi trasformazioni del passato, di rivoluzionare a 360 gradi molte nostre attività e prodotti, anche e soprattutto quelli più tradizionali, tipici del nostro Made in Italy: dalla Moda ai Mobili alla filiera agro-alimentare, al centro del sistema della bioeconomia, che da solo produce in Italia 328 miliardi di euro per oltre 2 milioni di occupati.

Le nostre innovazioni non solo possono incrementare la nostra competitività, ma, via il loro progressivo utilizzo anche da parte delle imprese degli altri Paesi, possono contribuire a un nuovo modello di produzione a livello mondiale.

Abbiamo già raggiunto importanti successi sia sul piano scientifico sia industriale: pensiamo alla bioplastica come un grande esempio di successo, ma molti sono i casi di imprese italiane leader per i propri prodotti e comportamenti sostenibili.

Abbiamo pertanto la possibilità di diventare leader mondiale per l’economia ambientale e sostenibile, con grandi ricadute in termini di crescita e di occupazione. Le imprese che hanno puntato maggiormente sull’ambiente ottengono, a parità di altri fattori, maggiore redditività e maggiore crescita: le stime sul settore manifatturiero indicano un differenziale di crescita del fatturato per queste imprese pari a sette punti percentuali in più rispetto alla media nell’arco di tre anni.

Se tutte le imprese manifatturiere italiane andassero in questa direzione ciò comporterebbe circa 20 miliardi in più di fatturato all’anno, con un impatto importante anche in termini sociali e occupazionali (oltreché, ovviamente, ambientali). Secondo alcune stime, anche senza piani di sviluppo straordinari, nel prossimo quinquennio le imprese italiane ricercheranno circa 600mila lavoratori con competenze green.

Dobbiamo tuttavia accelerare, sia sul fronte della ricerca scientifica sia su quello della traduzione delle nostre eccellenze accademiche in progetti di sviluppo: secondo l’Eco-innovation scoreboard della Commissione europea l’Italia, insieme con la Francia, si colloca subito dietro alla pattuglia di testa costituita dai Paesi nordici e da Germania e Austria. Possiamo e dobbiamo fare di più, mobilitandoci tutti, dal mondo delle imprese, all’accademia, alle istituzioni e al mondo bancario e finanziario.

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Gregorio De Felice

Chief Economist di Intesa Sanpaolo

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