La Zoom fatigue e i forzati dello Smart working

Ha finalmente un nome il malessere e il senso di affaticamento, tipico di chi lavora attraverso le piattaforme virtuali.

Un generale affaticamento fisico ed emotivo, dovuto all’eccesso di performance e al perdurare di un clima di competizione e prestazione continua. Secondo uno studio della London South Bank University (LSBU), chi lavora da remoto attraverso le piattaforme virtuali starebbe soffrendo un malessere preciso, ribattezzato “Zoom fatigue”.

Si tratta di un generale calo di energia, accompagnato dal bisogno crescente di momenti quotidiani di riposo, sperimentato da chi sta lavorando a distanza sin dall’inizio della pandemia. I risultati della ricerca dimostrano che le video call sono molto più stancanti di altre forme di comunicazione digitale, come le email o le chat di messaggistica istantanea. Presentarsi in video richiede, infatti, livelli più alti di autocontrollo e regolazione delle proprie emozioni. In più, le continue fluttuazioni da uno strumento di comunicazione remota all’altro a lungo andare sarebbe dannoso per il benessere generale delle persone.

Le video call hanno allargato la partecipazione, ma anche moltiplicato il lavoro e ingolfato il tempo disponibile per riflettere e scrivere. La ‘vertigine del video’ crea disorientamento e impedisce ai lavoratori di concentrarsi sulle attività individuali. Secondo gli autori dello studio – il primo nel Regno Unito a indagare le conseguenze del Remote working non sulla produttività, ma sul wellbeing dei dipendenti – i datori di lavoro dovrebbero essere più consapevoli della necessità di garantire tempi di riposo e insistere affinché i propri collaboratori non superino le ore di attività previste, intervallate da pause regolari.

“Il pericolo è che molte routine di lavoro siano oggi dettate dalla disponibilità di pacchetti tecnologici, riservando all’utente poco tempo per riflettere sull’adeguatezza di quanto fornito”, avverte Karin Moser, Professoressa di Comportamento organizzativo alla Business School della LSBU. “I dipendenti sono privi della necessaria formazione che li aiuti a collaborare e dirigere virtualmente. Questa business practice non è sostenibile e, nel lungo periodo, avrà impatti negativi sulla salute e sulla produttività dei dipendenti”.

Fonte: Metro

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Giorgia Pacino

Articolo a cura di

Giornalista professionista dal 2018, da 10 anni collabora con testate locali e nazionali, tra carta stampata, online e tivù. Ha scritto per il Giornale di Sicilia e la tivù locale Tgs, per Mediaset, CorCom - Corriere delle Comunicazioni e La Repubblica. Da marzo 2019 collabora con la casa editrice ESTE. Negli anni si è occupata di cronaca, cultura, economia, digitale e innovazione. Nata a Palermo, è laureata in Giurisprudenza. Ha frequentato il Master in Giornalismo politico-economico e informazione multimediale alla Business School de Il Sole 24 Ore e la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli.

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