L’abbaglio della distanza

Il virus che si è propagato dal wet market di Wuhan ha avuto conseguenze che vanno ben al di là dell’emergenza sanitaria. Possiamo osservare come le autorità cinesi non abbiano fornito alcuna spiegazione, alcuna ricostruzione credibile sui fatti. Ma vi immaginate cosa sarebbe successo se il virus si fosse propagato dal mercato di una nostra città? Un’idea sulla reazione dei cosiddetti ‘paesi frugali’ possiamo farcela, ma andiamo avanti.

Le tecnologie, con le quali tutti oggi abbiamo sviluppato una maggiore dimestichezza, danno la pericolosa illusione di poter gestire tutto, o quasi, potendo prescindere dalla presenza, dal luogo, dalla condivisione degli spazi. Un’illusione condivisa anche dai docenti che promuovono la didattica a distanza, confermando la volontà di continuare ad utilizzarla anche quando l’emergenza sarà passata. Il Sole 24 Ore di oggi pubblica un’indagine che mette in risalto una propensione dei professori a proseguire con la DAD. Una propensione incomprensibile visto che l’Ocse ci ricorda che solo un docente italiano su quattro ha competenze di base in grado di garantire una ‘adeguata formazione informatica’.

È bene sottolineare che didattica a distanza non significa collegarsi a una piattaforma. Cambiano la modalità di erogare il contenuto e la modalità di interagire con gli studenti. Quindi tutto questo entusiasmo, da dove nasce? Vista l’indisponibilità, tanto per citare un dato, di proseguire l’attività didattica oltre il 30 giugno per i corsi di recupero, il sospetto che un corpo insegnante tra i più anziani nei paesi Ocse pensi a tutelare se stesso più che trasmettere conoscenze sorge spontaneo.

La situazione è fuori controllo: alle regole del Governo centrale si contrappongono le volontà delle singole regioni lasciando ragazzi e famiglie nella più assoluta incertezza. La didattica è subordinata all’andamento dell’epidemia, anche se ci avevano assicurato che banchi a rotelle, distanziamento, turnazioni efficaci avrebbero messo in sicurezza l’anno scolastico, visto che il propagarsi del contagio all’interno delle scuole non sembra il pericolo maggiore. Ma a qualcuno importa il sapere dei nostri ragazzi? Viene il sospetto che così come i fanatici dello smart working pensano che l’ufficio sia da rottamare così anche la scuola come luogo fisico – già fatiscente oltre i limiti tollerabili – sia superata.

Perché alzarsi al mattino compromettendo sicurezza e distanziamento sui trasporti quando si può fare lezione in pigiama? Perché perdere tempo per andare in ufficio quando è possibile gestire riunioni su teams? Parto dalla scuola per rilevare che, terminata l’emergenza, dovremo essere capaci di mantenere ciò che di positivo abbiamo appreso. È vero che abbiamo tutti dato una accelerata alle conoscenze tecnologiche ma è anche vero che dovremmo separare ciò che ci potrà aiutare a innovare e progredire da ciò che ci farà fare ancora più velocemente dei passi indietro.

Pensare di poter prescindere dalla scuola come luogo dove oltre alle conoscenze si sviluppano capacità di gestire le relazioni, dove si impara a riconoscere la leadership, dove ci si misura con le prime sconfitte è un errore destinato a costare molto caro, in termini di capacità e di sviluppo emotivo. Così come il lavoro che abbiamo erroneamente definito ‘smart’: siamo umani e viviamo di relazioni. Un approccio agile al lavoro che preveda una gestione meno rigida di tempi e spazi è un conto, ma mi rifiuto di pensare ad un futuro dove l’azienda come luogo di crescita personale, sociale, culturale perda di significato.

Siamo umani e abbiamo bisogno di esprimere la nostra umanità, che si realizza nel confronto diretto con gli altri. Impariamo con i compagni di banco a convivere a scuola e cresciamo professionalmente grazie al confronto con i colleghi. Che possono trovarsi in ogni parte del mondo, e questo è il bello della tecnologia dove il Covid non c’entra nulla perché sapevamo gestire video conference planetarie anche prima. La responsabilità del Covid è dare l’illusione, o instillare il dubbio, che il luogo diventi meno rilevante per la costruzione di un percorso: scolastico, professionale, di vita. Non lasciarsi abbagliare dalle sirene della smaterializzazione sarà un modo per esprimere la nostra umanità. Saremo capaci?

Smart working, covid-19, didattica a distanza


Chiara Lupi

Articolo a cura di

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 ha partecipato all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige la rivista Sistemi&Impresa e governa i contenuti del progetto multicanale FabbricaFuturo sin dalla sua nascita nel 2012. Si occupa anche di lavoro femminile e la sua rubrica "Dirigenti disperate" pubblicata su Persone&Conoscenze ha ispirato diverse pubblicazioni sul tema e un blog, dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato il libro Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager. Nel 2019 ha curato i contenuti del Manuale di Sistemi&Impresa Il futuro della fabbrica.

Chiara Lupi


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