Solitudine

Lavorare in Smart working ci rende soli o più emancipati?

Da almeno 50 anni il mondo sta andando nella direzione della soggettivizzazione, un processo che comporta costi e benefici di cui la pandemia e la conseguente limitazione dei contatti sociali ha offerto immagini emblematiche. Le quarantene per evitare la diffusione del virus, il coprifuoco, le città deserte attraversate dai soli rider impegnati nelle consegne, i ragazzini e le ragazzine vincolati alla didattica a distanza, lo smart worker chino sul proprio pc domestico con una mano sulla tastiera e un’altra rivolta a intrattenere i figli piccoli rimasti a casa. Dopo “emergenza” la seconda parola che viene in mente è “solitudine”. Siamo più liberi, ma siamo anche più soli. 

Continuando a ragionare per immagini, uno dei ritratti più lontani da questo scenario è il lavoratore delle città di fondazione sorte tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, villaggi operai fondati da imprenditori illuminati che hanno visto nella creazione di una vera e propria cittadella intorno alla fabbrica una risorsa per sé e per i dipendenti. In quel contesto, l’imprenditore prendeva in carico servizi come l’assistenza medica, la scuola per i figli degli operai, il tempo libero, gli spostamenti da casa alla fabbrica. Poteva (e può) piacere o meno, ma la vita in villaggi come quello di Crespi d’Adda (in provincia di Bergamo) o di Collegno (nel Torinese) nel Nord Italia o quello di Mulhouse in Francia era una vita spalla a spalla che oggi forse solo certe sparute comunità continuano a sentire propria. 

Inaspettatamente, le analogie tra la vita da smart worker e quella nella città di fondazione, in realtà, non mancano. Agli albori del boom industriale, gli operai che entravano nelle grandi fabbriche avevano un passato da contadini e arrivavano dunque da una dimensione dove la famiglia e la comunità, in sintonia con i ritmi delle colture, erano il nucleo attorno al quale ruotava la vita dei singoli lavoratori della terra. Una volta in fabbrica, i ritmi della semina hanno lasciato il posto alla catena di montaggio e la comunità contadina ha lasciato spazio alla solitudine dell’essere un numero tra tanti, sradicato dal proprio contesto e catapultato in un nuovo universo umano e relazionale. 

Come fa notare Riccardo Zanon, consulente negli ambiti lavoro, welfare aziendale, Risorse Umane e cooperative e titolare dello Studio Zanon specializzato in consulenza legale e consulenza del lavoro, la letteratura dell’epoca racconta che gli operai ex contadini, una volta concluso il turno di lavoro, tornavano sui campi. Proprio davanti a questa nuova condizione e al disorientamento derivante dallo smembramento della propria rete, alcuni imprenditori hanno pensato di rispondere alla ‘nuova’ carenza e all’esigenza di una dimensione comunitaria con un contesto lavorativo nuovo, che andasse incontro ai bisogni emersi in tal senso.  

Quella stessa solitudine, sottolinea Zanon, non è così diversa da quella che spesso pesa sul lavoro a distanza che per molti è diventato quotidianità e alla quale alcuni datori di lavoro stanno cercando di sopperire con espedienti di vario genere: “Ci sono aziende in cui i dipendenti hanno chiesto di essere costantemente in collegamento tramite microfono, mantenendo un canale audio aperto che cerca di ricreare una situazione in presenza e che anche nei momenti di silenzio funge da conforto; questa richiesta fa sì che le persone non si ritrovino sole”. Non è esattamente come far costruire una città di fondazione, ma è pur sempre una forma di reazione all’allentarsi della dimensione relazionale. I vari Olivetti o Crespi non sono nati insomma dall’oggi al domani, ma hanno mosso i loro passi in risposta a necessità che emergevano. 

La claustrofobia della città di fondazione e il burnout dello smart worker 

Superata questa prima fase, a mano a mano che l’identità dell’operaio andava definendosi, chi si trovava a muoversi nel contesto di un villaggio operaio è passato alla condizione opposta e da isola è diventato arcipelago, trovandosi in una grande comunità dove a unire i destini non era più il solo aspetto lavorativo. Le persone con cui si lavorava erano le stesse nelle quali ci si imbatteva camminando per strada, con cui si trascorreva il tempo libero, che si incontravano andando a prendere i figli a scuola: immersi da mattina a sera nello stesso ambiente, capace di rispondere tanto alle esigenze lavorative quanto a quelle personali, potremmo in qualche modo dire che i lavoratori del villaggio operaio non staccavano mai. 

La stessa condizione che, seppur per ragioni e con modalità molto diverse, sperimenta lo smart worker dei giorni nostri, al punto che alcuni Paesi sono intervenuti con normative per sancire il diritto alla disconnessione. Il problema è stato sollevato da svariati studi e mostra come con il lavoro a distanza sia molto più facile approfittare anche della pausa pranzo per continuare a lavorare, rispondere a mail e telefonate in qualsiasi momento, utilizzare il tempo libero a disposizione quasi esclusivamente per svolgere mansioni che contraddicono il concetto stesso di ‘tempo libero’, portando in primo piano il tema del burnout: dare da mangiare al proprio bambino non è staccare. Discipline come, per esempio, il miracle morning, che suggerisce di fare sport (o di dedicarsi alle proprie passioni) alle 5 di mattina quando difficilmente arriveranno chiamate di lavoro, vorrebbero andare proprio nella direzione di sfruttare appieno i momenti di silenzio.  

Restando sul confronto tra il lavoratore della città di fondazione e quello a distanza contemporaneo emerge anche un diverso valore attribuito alla fiducia: nel primo caso elemento centrale del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore; nel secondo sentimento sempre più raramente riscontrabile nei rapporti lavorativi. Concentrandoci sull’Italia, nel secondo trimestre del 2021 le dimissioni dal proprio posto di lavoro sono aumentate del 37% rispetto al trimestre precedente e dell’85% se si paragonano i dati del Ministero del Lavoro a quelli del secondo trimestre del 2020. A indagare le motivazioni di un fenomeno che non riguarda solo l’Italia è stato l’ente di ricerca IBM Institute for business value intervistando 14mila lavoratori in tutto il mondo: la principale ragione, indicata dal 51% delle persone coinvolte, è stata individuata nella ricerca di opportunità lavorative più flessibili. Non è dato sapere quanto abbia a che fare con il tema della fiducia, ma oltre il 40% del campione selezionato ha sottolineato che per sentirsi parte di una comunità lavorativa e per acquisire e conservare una solida motivazione nello svolgimento delle proprie mansioni a contare sono i valori del datore di lavoro. La sensazione è che, alla luce dei numeri della cosiddetta Great Resignation, questi ultimi siano poco in linea con le esigenze dei dipendenti. 

Al contrario – senza però dimenticare che ci si sta muovendo su un arco temporale che ha visto succedersi enormi cambiamenti dal punto di vista della natura del lavoro, della socialità e della forma della conoscenza – per quanto anche in quel tipo di contesto i problemi non mancassero, il solo fatto che le città di fondazione fossero costruite con gusto, con l’idea di fare qualcosa di ‘bello’, rendeva anche solo visivamente l’idea che creare un ambiente positivo a 360 gradi per chi ci vive e lavora fosse una priorità. “Le città di fondazione per la maggior parte davano l’idea di un concetto di responsabilità, l’idea che gli imprenditori non lo avessero fatto perché la sera dobbiamo tutti mangiare, ma alla luce di un valore più grande e della volontà di creare una comunità per chi si sentiva strappato dalla propria”, spiega Zanon.  

Dagli uffici con rocce, mongolfiere e tavole da surf di Google a quelli con scivoli e biliardino di Lego le aziende che dell’atmosfera piacevole hanno fatto un mantra anche oggi non mancano. E l’ambiente, anche per l’appunto fisico, di lavoro è uno degli aspetti che entra in gioco nel valutare il grado di soddisfazione del proprio impiego. Non è escluso che questo abbia avuto un suo peso nelle risposte che i dipendenti hanno affidato, attraverso il Corriere della Sera, alla piattaforma digitale tedesca Statista per un sondaggio del 2020 a proposito delle migliori aziende in cui lavorare e che ha visto distinguersi, nei rispettivi settori, aziende come tra le altre Heineken, Costa Crociere, Microsoft, Hilton, Salmoiraghi & Viganò, Pfizer e Alpitour. 

Anche l’emancipazione ha un prezzo da pagare 

Dal punto di vista di Dario Forti, psicosocioanalista, formatore e consulente di sviluppo organizzativo, il villaggio operaio esemplificava anche aspetti della società dell’epoca oggi considerati profondamente arretrati e discriminatori. L’attenzione degli imprenditori per i dipendenti andava di pari passo con una forma di paternalismo che agli operai dava molto, ma che pure ‘toglieva’ (in primo luogo la libertà), impostando con le persone un tipo di relazione non così distante da quella del feudatario del Medioevo, guardando a loro più come si guarda a sudditi che non a chi è realmente libero. 

Non solo, se è vero che gli industriali e le società organiche dell’epoca avevano dei valori, è vero anche che, mette in luce Forti, erano ‘terribili’ e sorretti, per esempio, da un conformismo fortissimo, lo stesso dipinto – giusto per essere concreti – dai film sulla provincia americana del Midwest nei quali la vita quotidiana passa sotto la lente dell’omologazione e dell’emarginazione della diversità. D’altro canto, il gruppo, la tribù, il clan erano mondi più protetti e protettivi, più confortevoli. Quel modo di vivere in gruppo era molto rassicurante: ci si poteva permettere di non essere soggetti e godere dei vantaggi del tipo di comunità che gli antropologi chiamano “organica”. 

Per Forti nel passaggio dal villaggio operaio allo Smart working il processo che non può essere ignorato prende il nome di “emancipazione”. Una conquista che ha indubbiamente dei costi: “Abbiamo perso un sacco di cose, ma siamo in grado di fare a meno di quello che abbiamo raggiunto? Basti pensare alle donne; l’emancipazione femminile è stato un grandissimo processo di soggettivizzazione, gli aspetti positivi di un processo di costruzione e liberazione dell’io sono indubbi. Siamo più liberi, ma siamo anche più soli. È il costo di questa nuova modernità”. Sono, in fondo, i grandi dilemmi che ancora oggi in parte non hanno risposta. 

Fare o non fare figli per una donna che solo in anni recenti è arrivata a godere di ciò di cui gli individui di sesso maschile godono da tempo? Vivere in campagna, con le conseguenze che questo comporta, o in città, con un altro tipo di conseguenze? L’essere umano non ha risolto il problema se sia meglio la vita della comunità organica, che supporta, ma giudica e opprime, o quella della persona sola, libera ma anche isolata e frenetica. In queste antinomie soggettività e comunità entrano certamente in gioco ed è importante non dimenticare, spiega l’esperto, che il processo di liberazione della soggettività non implica automaticamente la perdita della socialità: “Non è che se sono più autonomo non faccio più alcune cose. Oggi è pieno di gruppi di volontariato, di lettura, di realtà comunitarie di ogni genere; il fatto è che si diventa meno dipendenti dagli altri. Si pensi alla dinamica tra marito e moglie; se lei lavora, allora è più autonoma”.  

Testimoni di uno storico esperimento sociale di massa  

Il concetto di autonomia si è fatto sentire anche con l’irrompere del lavoro ibrido o a distanza, che ha consentito a milioni di persone di svolgere la maggior parte delle mansioni liberandosi dallo sguardo vigile dei loro responsabili. Con tutte le considerazioni che si possono fare è impossibile, davanti a uno dei più grandi esperimenti sociali di massa della storia, non notare il fatto che per la prima volta milioni di persone hanno sperimentato il lavoro in autonomia. 

Non parliamo dei professionisti (scrittori, grafici, pubblicitari) che – a prescindere dall’ambiente lavorativo – sono sempre stati abituati a organizzarsi il lavoro, ma di persone (e di professioni) che mai prima d’ora avevano concepito il posto di lavoro senza la presenza di un responsabile che eserciti una forte funzione di controllo. Per Forti, lo Smart working non ha portato con sé solo autogestione e autoderminazione dei ritmi lavorativi, ma anche la più importante esperienza di autonomia dal capo, la stessa che per la maggior parte dei responsabili rappresenta un danno. È questo il grande vantaggio, per gli uni, e il grande svantaggio, per gli altri. 

Non va dimenticato, però, come sottolineato da più parti, che la pandemia e le pratiche che essa ha trainato con sé hanno solo portato a compimento un processo già in atto da tempo, che agli occhi dell’esperto ha dato il colpo di grazia, per esempio, a una lunga tradizione di serietà e rigore. “Io stesso ho smesso di mettere la cravatta”, sottolinea Forti. In questo processo, fa notare lo psicosocioanalista, è emersa anche una nuova forma di intelligenza, più diffusa nelle nuove generazioni, che secondo lo scrittore Alessandro Baricco è più basata sull’articolazione reticolare che sul sapere specialistico incline a spaccare in quattro il capello. Si viaggia, a proposito dei ritmi della comunità dell’inizio del XX secolo, a una velocità diversa, che tocca anche le relazioni tra persone. Il mondo, insomma, era già cambiato, l’unica differenza è che ora nessuno può più dire di non vederlo. 

Smart working, Riccardo Zanon, Dario Forti, solitudine, città di fondazione


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Erica Manniello

Laureata in Filosofia, Erica Manniello è giornalista professionista dal 2016, dopo aver svolto il praticantato giornalistico presso la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli. Ha lavorato come Responsabile Comunicazione e come giornalista freelance collaborando con testate come Internazionale, Redattore Sociale, Rockol, Grazia e Rolling Stone Italia, alternando l’interesse per la musica a quello per il sociale. Le fanno battere il cuore i lunghi viaggi in macchina, i concerti sotto palco, i quartieri dimenticati e la pizza con il gorgonzola.

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