Le relazioni Italia-Ue nell’era della pandemia

Anche ai tempi della crisi pandemica di Covid-19 e soprattutto nel periodo post crisi, si profila un’economia italiana sempre più a marcia europea, laddove il ruolo dell’Unione europea e quello svolto dall’Italia nei confronti di Bruxelles e dei principali partner tra i Paesi membri saranno sempre più cruciali per la ripresa economica e sociale del nostro Paese. Un legame a doppio e triplo filo stringe infatti l’Italia, sia sotto il profilo socio-economico che sotto quello politico, con l’Ue e con i principali Paesi partner dello spazio comunitario, soprattutto in materia di commercio, a fronte della quale realtà non è nemmeno immaginabile per la nostra nazione poter pensare di chiudersi in velleitarie posizioni isolazioniste o protezionistiche, con l’obiettivo di tutelare meglio i propri interessi.

Per esempio in materia di commercio e investimenti esteri, nonostante l’impatto negativo del Covid-19 su tutti gli indicatori macroeconomici, i dati dello storico sono eloquenti. Nel corso del 2019, l’Italia ha rappresentato il tredicesimo importatore di beni e il nono esportatore a livello mondiale, raggiungendo la soglia di 476 miliardi di euro di export, con una proiezione del possibile conseguimento dell’emblematica soglia dei 500 miliardi di euro entro un triennio, vale a dire per il 2021. A oggi, le migliori previsioni vedono per l’Italia un ritorno ai valori del 2019 soltanto nel 2022.

Sempre nel 2019, i Paesi dell’Ue-27 pesavano per oltre 241 miliardi di euro dell’export italiano, vale a dire il 50,7% del totale, senza contare un partner strategico come la Svizzera che disponeva da sola di una quota del 5,2% del totale. Tra i primi 10 partner commerciali per l’export italiano, figuravano infatti Germania, con il 12,2%, seguita da Francia, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Belgio, Polonia e Paesi Bassi, sia pur intervallati da Usa e Cina, come mercati extra-Ue, rispettivamente al terzo e nono posto assoluto.

Le altre principali aree geografiche partner, vale a dire Europa emergente e Comunità degli Stati indipendenti, Asia-Pacifico e Nord America, totalizzavano tutte insieme circa 157,2 miliardi di euro, pari a circa il 33,6% complessivo, incluse nel range tra il 10,7% e l’11,8%.

Integrazione tra imprenditoria italiana ed europea

Secondo un fenomeno tipicamente italiano, ma che accomuna l’Italia ad altri Paesi partner dell’Ue, sempre nel 2019, circa 136mila operatori economici hanno effettuato vendite di beni all’estero. La loro distribuzione per valore delle vendite conferma la presenza di un’elevata fascia di micro-esportatori: circa 78mila operatori presentano un ammontare di fatturato all’esportazione molto limitato, fino a 75mila euro con un contributo al valore complessivo delle esportazioni pari allo 0,3%. Corrisponde, invece, al 30% il peso dell’export delle imprese italiane da 50 a 249 addetti, mentre al 18% quello delle imprese italiane da 10 a 49 addetti. Le prime 100 imprese esportatrici, coprono da sole circa il 24% dell’export totale nazionale.

Anche in materia di investimenti inbound e outbound è evidente l’integrazione tra il sistema imprenditoriale italiano e quello comunitario. Sempre nel 2019, erano di provenienza dei Paesi europei, 10.027 delle 14.605 multinazionali estere registrate in Italia, con un numero di dipendenti pari a circa 358mila dei complessivi 555mila dipendenti. E sempre quelli europei rappresentavano i mercati di investimento da parte delle multinazionali italiane estere, con 19.406 delle 32.831 imprese registrate all’estero, con oltre 192mila dei complessivi 433mila posti di lavoro creati.

L’Italia, poi, è tra i Paesi più attivi nel processo di integrazione delle catene globali del valore grazie alla sua alta vocazione esportatrice. E proprio insieme a Germania, Stati Uniti, Francia e Giappone, l’Italia è il Paese al mondo che ha contribuito maggiormente alla crescita delle catene globali del valore tra il 1990 e il 2015. Peraltro, nonostante tutti i principali settori manifatturieri dell’Italia abbiano mostrato una attenuazione della partecipazione alle catene globali del valore per effetto della crisi finanziaria globale 2018-2019, sia pur in linea con una tendenza comune a tutte le economie industrializzate, il nostro Paese si colloca, insieme ai partner europei, a partire da Germania e Francia, tra i Paesi più integrati e coinvolti in attività a elevato livello di innovazione. Circa il 60% del valore aggiunto prodotto all’estero sul totale delle esportazioni italiane deriva infatti dall’Europa, mentre circa il 14% proviene da Estremo Oriente e Sud Est Asiatico.

La pandemia di Covid-19, diffusasi in quasi tutti i Paesi del mondo tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020, ha inflitto sino a oggi elevatissimi e crescenti costi umani e sociali e una contrazione senza precedenti dell’attrattività economica globale, a seguito delle necessarie misure di contenimento.

L’occasione per la ripresa è storica

Le stime dell’impatto della crisi pandemica sull’economia globale variano lungo un intervallo ampio, in ogni caso prevedono un crollo della produzione, dell’occupazione e del commercio internazionale in misura superiore a quello registrato per effetto della crisi finanziaria globale del 2008-2009, al tempo della Grande recessione, con effetti più marcati sulle economie avanzate rispetto a quelli previsti per le economie emergenti e in via di sviluppo. Il commercio mondiale sta subendo già da mesi l’impatto della chiusura di interi settori produttivi nazionali, in primis il turismo, la ristorazione, il commercio e rilevanti quote del manifatturiero.

Secondo le stime del Wto (World trade organization), il collasso degli scambi internazionali di merci sarà compreso tra il 13% e il 32% nel 2020, con un rimbalzo tra il 21% e il 24% nel 2021, mentre per l’Unctad (United nations conference on trade e developement) gli Ide (integrated development environment) sono scesi del 49% a 399 miliardi di dollari nella prima metà del 2020. Peraltro, la crisi pandemica globale si è manifestata in una fase storica di indebolimento del processo di integrazione economica globale che, a partire dalla Crisi stessa del 2008-2009, è caratterizzata da un rallentamento della crescita dei volumi di scambio, fino a registrare un’inversione negativa dei trend del commercio di merci nel 2019.

Aldilà delle previsioni di ripresa economica a livello mondiale e per il nostro Paese, si presenta un’occasione storica di ripresa dell’economia, a partire proprio dal contesto dell’Ue. Del resto, nonostante una crescita economica negli ultimi in forte rallentamento, l’Ue e il suo mercato interno sono tutt’oggi la più grande area economica del mondo che rappresenta oltre il 30% del Pil globale. Con solo il 7% della popolazione mondiale, l’Ue rappresenta quasi un quarto della ricchezza mondiale in termini di Pil. Grazie al suo Pil di circa 15mila miliardi di euro, equivalente a uno pro capite di circa 25mila euro per oltre 500 milioni di consumatori, e all’apertura del suo mercato, l’Ue ha svolto un ruolo centrale nella definizione del sistema commerciale globale, innanzitutto sostenendo il Wto, per finalizzare la rimozione delle barriere al commercio tra i Paesi membri.

L’Ue ha sempre promosso una politica a favore della promozione del commercio, non soltanto rimuovendo le barriere tra i Paesi membri, ma anche incoraggiando il commercio con i Paesi terzi. Grazie alla sua apertura verso i mercati esteri in materia di regime commerciale e degli scambi, l’Ue è il più grande attore del commercio sullo scenario globale e rappresenta uno dei partner commerciali più importanti e competitivi a livello planetario.

Essa costituisce, infatti, il più grande mercato unico che dispone di normative e regolamentazioni trasparenti, uno dei quadri legali in materia di investimenti più aperti al mondo, il mercato più aperto nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Complessivamente, rappresenta circa il 16% di importazioni ed esportazioni, a livello mondiale. Oltre l’80% di imprese esportatrici europee sono PMI.

Creazione di nuovi posti di lavoro

Il commercio con i Paesi extra-Ue ha portato alla creazione di milioni di posti di lavoro in Europa: nel 2017, oltre 36 milioni di questi erano correlati al commercio con i Paesi extra-Ue; inoltre, a ogni miliardo di euro di esportazioni al di fuori dell’Ue corrispondono in media circa 14mila posti di lavoro all’interno della stessa. Quasi un posto di lavoro su sette dipende, pertanto, dalle esportazioni: si tratta di posti di lavoro altamente qualificati, meglio retribuiti rispetto alla media, e diffusi in tutti gli Stati membri dell’Ue, laddove oltre 800mila PMI che realizzano esportazioni dirette di merci fuori dall’Ue rappresentano un terzo del totale delle esportazioni.

La politica commerciale comune rappresenta, infatti, uno degli elementi più significativi del processo di integrazione europea. L’Ue ha il potere esclusivo di legiferare in materia di commercio e di concludere accordi internazionali, fondandosi sulle norme del Wto, a nome dei suoi 27 Stati membri. Anche negli anni successivi alla crisi finanziaria globale del 2008-2009, l’Ue ha preservato la capacità di concludere e implementare accordi commerciali, come nel caso dei recenti accordi di libero scambio siglati con Corea del Sud, Singapore e Giappone, in aggiunta a una lista molto significativa di accordi in fase di negoziazione o di prossima negoziazione.

Gli oltre 45 accordi di libero scambio siglati negli anni con oltre 77 Paesi partner, pari a un terzo del commercio extra-Ue, rappresentano un patrimonio a disposizione degli operatori, soprattutto le PMI, oltre che i consumatori diretti. Tutto ciò a fronte di un contesto ampiamente positivo del valore e dell’importanza strategica degli Ide in Ue che nel 2017 hanno registrato un valore complessivo di oltre 6.300 miliardi di euro, con gli Usa (2.000 miliardi di euro) e la Svizzera (800 miliardi di euro) tra i principali investitori.

Inoltre, l’Italia potrà contare sugli ingenti finanziamenti correlati ai dispositivi messi in campo in questi mesi da Bruxelles a partire dalla crisi pandemica e culminati nel Recovery fund – Next Generation Eu che rappresenta il vero punto cardine della risposta europea, vale a dire un fondo da 750 miliardi di euro, di cui 390 a fondo perduto e 360 di prestiti, per stimolare gli investimenti e le riforme, agganciato a un bilancio a lungo termine dell’Ue per il periodo 2021-2027, vale a dire il Quadro finanziario pluriennale, pari a 1.074 miliardi di euro.

Per l’Italia, in termini dimensionali, il Recovery fund, stimato in circa 209 miliardi di euro, risulterebbe di gran lunga superiore, quasi il doppio rispetto al Piano Marshall per il quale gli Usa stanziarono dal 1948 al 1951 l’equivalente di 1,2 miliardi di dollari dell’epoca e l’occasione storica di passare da Paese contributore netto a Paese percettore netto.

Unione europea, recovery fund, export


Federico Bega

Chief Strategy Officer (CSO) di Promos Italia Scrl, Agenzia italiana per l'internazionalizzazione delle imprese. Dirigente da oltre 20 anni, specializzato in internazionalizzazione delle PMI e attrazione degli investimenti esteri, è membro del CdA della Joint Italian-Arab Chamber e del Comitato direttivo di Ispramed. Da oltre 15 anni è coinvolto come esperto nei programmi di assistenza tecnica promossi dalla Commissione europea in materia di sviluppo economico nei mercati UE ed extra - UE. Collabora con istituzioni multilaterali, tra cui le Agenzie dell'ONU, il Gruppo Banca Mondiale, l'Unione per il Mediterraneo, la Lega degli Stati Arabi, oltre che con il Governo e altre Pubbliche Amministrazioni italiane. Negli Anni 90 è stato impegnato negli interventi di emergenza per le crisi umanitarie dovute ai conflitti bellici e nei programmi di ricostruzione, stabilizzazione e sviluppo dei Paesi dei Balcani, per conto del Governo italiano. È stato consigliere per oltre 10 anni della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Dipartimento per gli Affari Europei, in materia di globalizzazione e sviluppo economico internazionale. Professore a contratto in Geografia politica ed economica presso numerose università italiane ed estere, tra cui le Università degli Studi di Firenze, Milano e Roma, ha svolto studi in Ingegneria gestionale e Lettere e filosofia, un corso di specializzazione in Management, un Master in Diritto e politiche europee e un Dottorato di ricerca in Geostoria e geoconomia delle regioni di confine. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi, tra cui il volume Islam balcanico (Utet, 2008).

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