Limitare l’accesso dei lavoratori post Brexit: l’esempio del Canada

Le conseguenze dell’era post Brexit hanno iniziato a farsi sentire anche in Italia: il governo del premier britannico Boris Johnson ha reso note le nuove regole che si applicheranno ai lavoratori che vorranno stabilirsi anche temporaneamente nel Regno Unito a partire dal 2021.

L’ingresso a punti post Brexit

Nei prossimi mesi sarà discussa la nuova legge che prevede l’opzione di non dare permessi a lavoratori stranieri (anche europei) poco qualificati e neppure visti di ingresso nel Paese per lavori temporanei. Secondo il meccanismo, il visto di lavoro potrà essere concesso solo ai richiedenti che raggiungano un minimo di 70 punti. Questi si ottengono con tre requisiti minimi e obbligatori, che insieme danno i primi 50 punti all’aspirante lavoratore immigrato: un’offerta di lavoro in tasca grazie a uno sponsor (20 punti); specializzazione o dottorato (altri 20); conoscenza della lingua (10). Un salario di 25.600 sterline (30 mila euro) fornisce i restanti 20 punti necessari, ma si può abbassare a un minimo di 20 mila sterline se si hanno competenze in settori dove la forza lavoro scarseggia, come per i dottori e infermieri, matematici, scienziati, professori.

Le conseguenze di questo cambiamento di rotta sono ancora imprevedibili: sicuramente sarà più difficile raccontare la classica storia del giovane italiano che non sa l’inglese e che si trasferisce in Gran Bretagna, mantenendosi facendo il cameriere. Ma l’idea ha delle somiglianze con il sistema utilizzato in altri Paesi, come il Canada. Parole di Management ha intervistato una manager italiana che si è trasferita in Canada e un manager canadese che ha vissuto e lavorato in molti Stati, per capire il loro punto di vista sugli accessi regolamentati per i lavoratori.

Le regole per lavorare in Canada

Innanzitutto, chi vuole emigrare in Canada dovrà tener conto di molti fattori: le opportunità di lavoro in primis, la validità della patente di guida (in Canada si deve ripetere l’esame di guida per poter avere la patente e guidare a lungo termine), l’incidenza delle tasse sul reddito, il tasso di inflazione, il tenore di vita e la sicurezza, l’esistenza di un sistema sanitario (in Canada è pubblico e strutturato), il livello dell’istruzione pubblica e il trasporto pubblico (in questo caso inferiore a quello a cui siamo abituati in Italia). “Non bisogna dimenticare infine di valutare la distanza con l’Italia perché in qualche caso potrebbe essere un ostacolo ad una vita serena per i limitati rientri, e in ultimo il clima che è rigido in inverno”, avverte Paola Floris, VP e Country General Manager di Chep Canada.

Dal punto di vista lavorativo, per gli italiani ci sono diverse strade per poter entrare in Canada. Uno di questi è la possibilità per coloro che si iscrivono ad un corso universitario canadese di ottenere un permesso di studio per la durata del programma. Tale permesso di studio permette anche di lavorare, sebbene vi siano alcune limitazioni relativamente al numero di ore settimanali. Gli studenti che hanno conseguito un titolo di studio attraverso un percorso della durata di almeno un anno, hanno il diritto di richiedere un visto della stessa durata del permesso di studio per poi tentare di ottenere la permanent residency, che permette di lavorare su territorio canadese a tempo indeterminato.

Un’altra modalità per ottenere un visto di lavoro è la sponsorizzazione diretta dell’azienda canadese: “Questa è la modalità tipica di chi viene trasferito in Canada e che tipicamente ottiene un visto di lavoro di tre anni, durante i quali può richiedere la permanent residency per continuare a lavorare sul territorio canadese a tempo indeterminato”, specifica Floris. Per chi non avesse la sponsorizzazione aziendale, è necessario l’ottenimento dell’Express Entry, un sistema a punteggio sulla base dei titoli di studio e dell’esperienza lavorativa precedente. Il caso britannico si rifà proprio a queste due opzioni.

La scelta del trasferimento e il confronto con il mercato inglese

Quando le è stato proposta l’opportunità lavorativa in Canada, Paola Floris rivestiva da anni il ruolo di Direttore Generale nella filiale italiana dell’azienda. “L’occasione canadese è arrivata in un momento coronato da successi aziendali e personali e ho sentito che fosse arrivato il momento di cambiare, di rimettermi in gioco a 7mila km di distanza in un Paese che non era il mio e in una lingua e cultura differenti”, racconta Floris. L’offerta era di guidare la sede canadese con fatturato più elevato rispetto all’Italia e con priorità strategiche totalmente differenti.

Una volta arrivata a destinazione e aver superato le ‘prove d’ingresso’ al mondo del lavoro, la manager ha constatato che queste regole sono più un’opportunità per formarsi che un ostacolo: “Sicuramente formarsi e imparare bene la lingua prima di partire permette di avere più chance di ottenere il visto, ma se si è giovani continuare la formazione in Canada è altrettanto un vantaggio che non escluderei”.

Per quanto riguarda le nuove scelte di limitazione degli accessi annunciate dal governo inglese, Floris commenta: “Il mercato inglese è sempre stato un mercato di riferimento per noi e credo che continuerà ad esserlo nonostante il fatto che con la Brexit verranno introdotti visti di lavoro probabilmente simili a quelli canadesi”.  È un dato di fatto che in Canada continuino ad arrivare circa 300mila persone l’anno da tutti i Paesi del mondo, quindi per Floris la Brexit e i visti necessari non fermeranno i giovani italiani dal perseguire un sogno professionale o personale. “Certo finisce un’epoca, ma in ogni cambiamento ci sono opportunità da cogliere”, conclude.

Il sistema a punti come esempio da seguire

Stesso pensiero anche per il cittadino canadese Marc Anthony, Regional Manager of Project Controls, Eastern North America di Hatch: “Sono d’accordo con il sistema delle regole di accesso per i lavoratori, perché sono state pensate per andare incontro ai bisogni dell’economia del Paese e della sua occupazione”. Se non ci fossero questo tipo di misure, secondo Anthony ci sarebbe il rischio di abbassamento degli standard di vita e un incremento della disoccupazione a causa delle reali richieste lavorative non soddisfatte.

Il manager, che ha vissuto e lavorato negli USA, in Kosovo, in Cile, nel Regno Unito e in Arabia Saudita, racconta che ha sempre dovuto richiedere lo sponsor dal suo datore di lavoro, quindi in questo aspetto non ci sono molte differenze tra uno Stato e l’altro. Ovviamente, alcune nazioni avevano delle regole più severe in termini di visti, controlli medici, competenze.

Il Canada è stato uno del dei primi Paesi nel mondo ad introdurre un sistema di immigrazione basato sui punti, nella seconda metà del Novecento. Secondo l’ultimo report OCSE “Recruiting Immigrant Workers: Canada 2019”, questo Paese ha la più grande percentuale di immigrati altamente istruiti nell’OCSE e alti livelli di accettazione pubblica della migrazione. La speranza è che il Regno Unito, con il suo nuovo corso, riesca ad ottenere dei risultati altrettanto soddisfacenti.

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Elisa Marasca

Elisa Marasca è giornalista professionista e consulente di comunicazione. Laureata in Lettere Moderne all’Università di Pisa, ha conseguito il diploma post lauream presso la Scuola di Giornalismo Massimo Baldini dell’Università Luiss e ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Urbino. Nel suo percorso di giornalista si è occupata prevalentemente di temi ambientali, sociali, artistici e di innovazione tecnologica. Da sempre interessata al mondo della comunicazione digital, ha lavorato anche come addetta stampa e social media manager di organizzazioni pubbliche e private nazionali e internazionali, soprattutto in ambito culturale.

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