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L’Italia perde il Pil, ma non il vizio

Dobbiamo assolutamente prendere atto che senza il contributo del Superbonus (a debito) e di quanto già immesso nel sistema economico dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – quasi tutto a debito – il Prodotto interno lordo reale italiano degli ultimi due anni (e di quello in corso) risulterebbe ancora in calo. Di fatto, in termini reali, sta continuando quel degrado che in 30 anni ci ha fatto perdere il 30% di Pil rispetto a Germania, Francia e Spagna, e molto di più rispetto ai Paesi del Nord Europa.

In altri articoli ho approfondito quando, perché e come abbiamo perso il treno di sviluppo che hanno invece preso gli altri Paesi europei. Una seria diagnosi a riguardo (oggettiva e non politicizzata) è assolutamente necessaria per consentirci di capire che cosa potremmo fare per raddrizzare questo trend negativo. Occorre reagire in modo deciso e veloce, perché le nostre performance economiche ci stanno portando in situazioni veramente critiche.

Purtroppo nel breve termine il contesto di stagnazione europea non ci può aiutare molto a riguardo. Non ci potrà infatti essere a breve una locomotiva europea (e tanto meno ora quella tedesca) ad aiutarci a recuperare quanto abbiamo perso. Tale contesto poco favorevole presenta però un vantaggio ‘relativo’: questa volta potremmo evitare di vedere scappare in avanti gli altri Paesi come successe nel 2008, quando noi rimanemmo impantanati nel dopo crisi finanziaria.

Negli ultimi 15 anni abbiamo, infatti, perso il 20% rispetto al 10% dei 15 anni precedenti e ci siamo messi su una china ancora più in pendenza. L’attuale stagnazione degli altri Paesi ci potrebbe dunque almeno consentire di recuperare un po’ del gap accumulato rispetto a loro. È chiaro però che ciò non potrà avvenire se useremo le loro stesse politiche e strategie e tanto meno quelle comuni europee, che, al massimo ci farebbero crescere come loro, senza recuperare quanto perso proprio rispetto a queste realtà.

Non basta affidarsi al sostegno europeo

C’è da evidenziare che l’Europa ora non brilla per reattività e le sue strategie non sono affatto innovative per quanto riguarda il business. Come ha già detto qualcuno prima di me, in questo periodo storico gli Usa sono il Paese che inventa nuovi business e tecnologie, la Cina li sviluppa in grande scala e l’Europa è quella che tenta di imporne le regole. La qual cosa non potenzia certo la nostra competitività verso l’estero nei business innovativi, che sono il vero motore della crescita.

Come ben sappiamo, l’Europa ora è solamente una follower nei business di prodotti-servizi abilitati dalle nuove tecnologie. Si noti peraltro che, rispetto alle strategie maturate e suggerite dalla Commissione europea, alcuni Paesi (Francia) hanno già attivato negli scorsi anni strategie industriali specifiche utili alla propria realtà, mentre in Italia non è stata mai neanche abbozzata una strategia industriale degna di tale nome.

Si noti inoltre che le strategie europee impostate negli scorsi anni sono ora oggetto di forte autocritica (anche da parte dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi) in quanto completamente inadeguate per competere con gli altri player mondiali (se non saranno riviste, la competitività dell’Europa calerà ulteriormente). Evito volutamente di entrare nel merito delle strategie green dell’Europa, o qualunque esse siano, in quanto dobbiamo considerarle inevitabilmente il campo di gioco in cui dovremo operare.

Occorre pragmaticamente concentrarci su quanto possiamo fare di diverso e di specifico per consentirci una ripresa migliore degli altri Paesi. Per fare ciò occorre da una parte cercare di chiudere i ‘buchi’ della nostra debolezza competitiva e dall’altra trovare alcuni driver di sviluppo specifici per il nostro Paese.

Sviluppare i Servizi che generano più valore

Da un punto di vista generale, le prime e principali cause della ‘perdita del treno’ dello sviluppo sono individuabili in queste situazioni: uno scarso sviluppo delle potenzialità turistiche del Paese (rispetto ai concorrenti); un’eccessiva focalizzazione sul Manufacturing a scapito dei servizi; la perdita delle grandi aziende e delle multinazionali tecnologiche-innovative.

Per quanto riguarda il Turismo si noti che mentre negli Anni 70 eravamo il primo Paese al mondo in numero di presenze, ora siamo crollati al quinto posto (mentre la Spagna, che era quinta, ora è prima, con il 30% di presenze in più rispetto a noi, come pure la Francia). Probabilmente, con la nostra autoreferenzialità e il nostro orgoglio di ‘Paese più bello del mondo’, non abbiamo neanche voluto rendercene conto: ancora oggi decantiamo i nostri progressi, anche se essi sono in realtà inferiori a quelli degli altri Paesi.

Per quanto riguarda il Manufacturing si noti che esso rappresenta solo il 20% del Pil nazionale contro il 72% dei Servizi. Si consideri anche che la nostra produttività è ferma ai livelli del 1970 nonostante tutti i tentativi di aumentarla (compreso il piano Industria 4.0). Si consideri inoltre che un aumento del 10% del Pil del Manifatturiero si trasformerebbe in un contributo di solo il 2% sul Pil, mentre un aumento del 10% nei Servizi si tradurrebbe invece nell’aumento del 7% del Pil.

Inoltre, in generale, si è continuato a parlare di aumento di produttività intendendola solo come aumento dell’efficienza e non come aumento del valore dei prodotti-servizi generati. In particolare è stato quasi completamente trascurato il tema dell’aumento del valore dei servizi che, con il loro volume e con i più elevati potenziali di business, sarebbero stati, e sono, le vere leve di sviluppo. Si noti, per inciso, che l’Italia, insieme con la Germania (entrambi siamo in difficoltà negli ultimi anni) sono i Paesi con più alta incidenza del Manufacturing sul Pil. Ma ancora più interessante è il fatto che gli Usa, cioè chi ha avuto i maggiori aumenti del Pil negli ultimi 30 anni, l’80% di aumento del Pil è arrivato dai Servizi (dati Ucla). Purtroppo, per quanto riguarda i Servizi, l’Italia risulta essere al 44esimo posto su 45 Paesi per barriera alla concorrenza (e quindi all’innovazione). Non è così che si può sviluppare e innovare (aumentandone il valore, cioè il fatturato per ora lavorata).

Il problema della scomparsa delle grandi aziende, oltre a penalizzare i livelli di occupazione, ha limitato (e continua a limitare) molto la capacità di innovazione di tutto il sistema economico, in tutte le sue dimensioni (prodotti e servizi, tecnologie, modelli di business, management). Rappresenta di per se stesso probabilmente la maggior causa del mancato sviluppo del nostro ecosistema verso i nuovi modelli di business digitalizzati e servitizzati.

L’illusione di essere la settima potenza mondiale

I tre problemi evidenziati, combinati tra loro e con altre cause strutturali e altri treni persi, sono stati la causa della nostra perdita di competitività e quindi di mancato aumento del Pil reale pro capite, che è il fattore che maggiormente condiziona il basso livello dei salari italiani e del loro potere d’acquisto. Si potrebbe facilmente evidenziare che il livello del salario medio di un Paese è proporzionale al livello di Pil reale pro capite del Paese stesso. In tale analisi scopriremmo peraltro che in Pil pro capite siamo al 44esimo posto mondiale. In assoluto, nonostante siamo tra i Paesi con più abitanti tra quelli industrializzati, siamo ben al 12esimo posto. I dati sono noti, ma sembra che gli Italiani, senza una imbeccata interpretativa, non riescano a interpretarli da soli: ci illudiamo forse con il fatto che siamo al settimo posto mondiale in Pil nominale, che è ben altra cosa.

È utile ricordare una lista di tutti i problemi e i treni persi che sono – secondo chi scrive – la causa ‘combinata’ della perdita del trend di sviluppo degli altri Paesi: grandi aziende italiane andate all’estero; grandi aziende nazionali che non hanno retto la competizione internazionale; assenza di multinazionali tecnologiche; svendita a gruppi esteri delle nostre eccellenze (Fashion, Biomedicale, ecc..); de-localizzazioni da parte delle nostre aziende; dimensioni aziendali medie e la mancanza di grandi aziende innovative; mancanza di ecosistemi innovativi in economia di scala (solo nicchie); staticità delle catene del valore; mancato riallineamento del sistema delle PMI ai nuovi modelli di business; prodotti-servizi di volume a basso valore aggiunto (solo nicchie); arretratezza nei servizi innovativi; perdita delle occasioni per la servitizzazione e la digitalizzazione; scarso utilizzo della digitalizzazione per aumentare il valore dei prodotti-servizi (usata per produttività e inutilmente); assogettazione delle nostre PMI ai grandi player dell’ecommerce-logistica; arretratezza sul business dei dati; scarsa attenzione alla sostenibilità dei business e delle imprese; grande debito pubblico

Se questo è il quadro, l’obiettivo è proporre come recuperare gli attuali gap rispetto agli altri Paesi e attivare un ciclo relativamente positivo, approfittando della temporanea stagnazione dell’economia europea (con l’attuale eccezione della Spagna che, senza superbonus e Pnrr, sta comunque aumentando il Pil più di noi).

servitizzazione, crisi economica, Pil Italia, Pil pro capite


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Giorgio Merli

Giorgio Merli è autore di numerosi libri e articoli sul management pubblicati in Europa e negli Usa; è consulente di multinazionali e Governi, oltre che docente in diverse università in Italia e all’estero. È stato Country Leader di PWCC e di IBM Business Consulting Services

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