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Smart working o Remote working?

Ci ricorderemo a lungo l’inizio dell’incubo. Era la fine di febbraio 2020 quando, improvvisamente, quel virus che fino a poche settimane prima ci sembrava così distante, arrivò fin dentro le nostre case. Ci siamo resi conto che la fitta rete di connessioni che unisce i Paesi del mondo è così ben funzionante che la pandemia ha galoppato per i Continenti con una velocità mai vista. E ci siamo ritrovati catapultati in uno scenario che nessun piano di rischio aveva mai preso in considerazione prima di allora.

Le nostre intere vite sono state stravolte: ci siamo scoperti molto vulnerabili, ma allo stesso tempo capaci di trovare – o almeno ci stiamo provando – una nuova strada per adattarci al nuovo contesto. A distanza di mesi siamo ancora alla ricerca di quella bussola che ci indichi la via; il problema è che il magnete sembra essere impazzito, perché la direzione da intraprendere non è più certa.

Per anni ci siamo rassicurati preparandoci ad affrontare un mondo volatile, incerto, complesso e ambiguo, salvo accorgerci che, proprio perché il futuro è Vuca, non possono esistere manuali in grado di spiegare oggi come affrontare le sfide di domani.

All’improvviso il lavoro da remoto

Alla fine del 2019, lo Smart working era un modello di organizzazione del lavoro che gli esperti avevano definito sulla carta e che nel 2017 è stato regolamentato dalla legge sul lavoro agile. Ma ben prima di allora erano numerose le aziende – in particolare quelle di grandi dimensioni – che avevano iniziato a introdurre nuove forme per svolgere la prestazione lavorativa.

In qualche caso erano timidi tentativi di scardinare un’organizzazione di stampo fordista, in altri erano esperimenti per interpretare un mondo non più imbrigliabile nelle regole del passato e che necessitava di nuove risposte per i nuovi bisogni delle persone. Ma si trattava di applicare modelli definiti da esperti nei dialoghi con un nucleo ristretto di Direzioni del Personale.

Lo Smart working attirava l’interesse di tanti, ma restava pur sempre confinato a poche realtà. E i dati lo confermano: prima del 2020, erano circa 570mila le persone in lavoro agile sulla platea di circa 18 milioni di occupati con un contratto di lavoro subordinato (a tempo determinato o indeterminato) censiti dall’Istat nel 2019 (circa il 3%).

A stravolgere lo scenario ci ha pensato la pandemia. Secondo l’ultima rilevazione disponibile (novembre 2020), la percentuale ha superato di gran lunga il 30% (6,58 milioni di persone). Un tema fino a ieri riservato a pochi, è oggi la quotidianità per tantissimi. Nella prima ondata pandemica, la domanda che precedeva – o addirittura sostituiva – l’interlocutorio “Come stai?” era: “Lavori in Smart working?”.

Per le aziende è stata una grande sfida, soprattutto per quelle che di Smart working ne avevano solo sentito parlare… Ma oggi che la seconda ondata di covid ci ha trovati – almeno per il lavoro – meno
impreparati ad affrontare l’emergenza, possiamo finalmente chiedercelo: stiamo facendo (e abbiamo fatto) Smart working o Remote working?

Non chiamiamolo Smart working

“Smart working”, pur non attingendo al vasto vocabolario italiano, è un’espressione diffusa solo nel nostro Paese. Per esempio, la prestigiosa rivista Usa Harward Business Review in un recente articolo dal titolo “Our work-from-anywhere future” non cita mai “Smart working”. Piuttosto utilizza “Remote working”. Perché, di fatto, più che la stagione del lavoro agile è iniziata quella del lavoro da remoto: non abbiamo la scelta di decidere quando svolgere la prestazione lavorativa a distanza e soprattutto da dove lavorare; l’unica alternativa possibile agli uffici, ambienti svuotati dall’obbligo di distanziamento sociale, è la casa. Almeno per ora.

C’è una profonda differenza tra il modello di Smart working di cui parlavamo fino a qualche mese fa e quello in cui siamo stati proiettati oggi senza un manuale di istruzioni. Quello che stiamo affrontando è un modello di lavoro fatto di esperienze personali, di prove ed errori, di continui adattamenti che possono essere contenuti in un unico modello. È una forma di lavoro del tutto nuova, comunque lo si chiami.

L’articolo è l’introduzione all’instant Book ESTE dal titolo Smart working o Remote working? Esperienze e narrazioni di lavoro nell’era delle incertezze, è pubblicato a dicembre 2020.
Per informazioni sull’Instant Book scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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Dario Colombo

Articolo a cura di

Giornalista professionista e specialista della comunicazione, da novembre 2015 Dario Colombo è Caporedattore della casa editrice ESTE ed è responsabile dei contenuti delle testate giornalistiche del gruppo. Da luglio 2020 è Direttore Responsabile di Parole di Management, quotidiano di cultura d'impresa. Ha maturato importanti esperienze in diversi ambiti, legati in particolare ai temi della digitalizzazione, welfare aziendale e benessere organizzativo. Su questi temi ha all’attivo la moderazione di numerosi eventi – tavole rotonde e convegni – nei quali ha gestito la partecipazione di accademici, manager d’azienda e player di mercato. Ha iniziato a lavorare come giornalista durante gli ultimi anni di università presso un service editoriale che a tutt’oggi considera la sua ‘palestra giornalistica’. Dopo il praticantato giornalistico svolto nei quotidiani di Rcs, è stato redattore centrale presso il quotidiano online Lettera43.it. Tra le esperienze più recenti, ha lavorato nell’Ufficio stampa delle Ferrovie dello Stato italiane, collaborando per la rivista Le Frecce. È laureato in Scienze Sociali e Scienze della Comunicazione con Master in Marketing e Comunicazione digitale e dal 2011 è Giornalista professionista.

Dario Colombo


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