Straordinari, flessibilità e aumenti: l’anno di lavoro nella pandemia

Più straordinari, maggiori responsabilità e minore fiducia. A un anno dall’inizio della pandemia, il business as usual è ormai un lontano ricordo: datori di lavoro e lavoratori sono stati costretti a ripensare regole e comportamenti e ad adattarsi a un mondo incerto. Le donne e i più giovani – quelli della Generazione Z, i nati a partire dal 1996 – hanno risentito più di altri degli effetti negativi dell’emergenza sanitaria e l’ottimismo sul lavoro, benché resti alto, si conferma in calo rispetto agli anni passati.

Secondo lo studio dell’ADP Research Institute dal titolo People at work 2021: a global workforce view, il 10% dei lavoratori – il doppio rispetto al periodo pre-pandemia – lavora gratuitamente circa 20 ore in più a settimana, ovvero quattro ore al giorno. Il 46% degli intervistati (51% in Europa) ha assunto responsabilità lavorative maggiori, per compensare i licenziamenti dei colleghi o per far fronte all’aumentato carico di lavoro registrato durante l’emergenza sanitaria.

Nella ricerca sono stati intervistati oltre 32mila lavoratori in 17 Paesi diversi per comprendere il sentiment dei dipendenti e l’impatto della pandemia attraverso cinque dimensioni chiave della vita lavorativa: fiducia dei lavoratori e sicurezza del lavoro; condizioni sul posto di lavoro; retribuzione e prestazioni; mobilità; genere e famiglia.

La disponibilità si trasforma in eccessiva flessibilità

Gli straordinari non retribuiti equivalgono in media a 9,2 ore a settimana, in crescita rispetto alle 7,3 ore del 2020. Dall’inizio della pandemia, c’è stato però anche un forte aumento della percentuale di lavoratori (67%) che si sente autorizzata a trarre vantaggio dagli accordi di lavoro flessibile conclusi con la propria azienda. Prima dell’emergenza sanitaria erano poco più di quarto (26%).

La pandemia ha avuto anche l’effetto positivo di mettere in primo piano le prestazioni dei dipendenti. I lavoratori intervistati da ADP hanno ammesso che i cambiamenti riscontrati negli ultimi mesi hanno offerto a molti l’opportunità di sviluppare nuove competenze o intraprendere nuovi percorsi di carriera, più soddisfacenti o più in linea con le proprie potenzialità.

Più di un lavoratore su quattro (28%) ha dichiarato di aver assunto un nuovo ruolo o di aver cambiato ruolo a causa della perdita di posti di lavoro nella propria organizzazione. I ragazzi della Generazione Z si dimostrano ancora una volta i più agili, con più di uno su tre (36%) che ha cambiato mansioni o ne ha assunte di nuove. La maggior parte dei dipendenti è stata ricompensata anche economicamente per il proprio impegno: quasi sette lavoratori su 10 (68%) hanno ricevuto un aumento di stipendio o un bonus.

Penalizzate le donne e i lavoratori con figli

Più incerti i percorsi di carriera per le donne. Per loro il fatto di aver assunto un lavoro aggiuntivo o di aver cambiato ruolo in azienda non ha sempre coinciso con l’arrivo di un bonus o un aumento. Il divario maggiore si è registrato in Nord America, dove il 62% degli uomini ha ricevuto una gratificazione finanziaria, rispetto al 50% delle donne.

In generale, due terzi (67%) della forza lavoro globale ha ammesso di essere stata costretta a scendere a compromessi tra il lavoro e la vita privata a causa dell’impatto della pandemia e ciò è accaduto soprattutto alle donne e ai lavoratori con figli. Il 15% dei genitori ha riferito che almeno un membro della famiglia ha dovuto smettere di lavorare, percentuale che sale al 26% per chi ha figli al di sotto di un anno.

“La nostra speranza è quella di riuscire a informare le aziende delle sfide che stanno affrontando le loro persone”, ha detto Nela Richardson, Capo Economista di ADP. “Stanno facendo i conti con un difficile work-life balance. Le imprese dovrebbero davvero considerare la possibilità di mantenere l’attuale flessibilità”.

I lavoratori sono in movimento: tre quarti della forza lavoro globale ha apportato cambiamenti o ha in programma di cambiare come o dove vive, soprattutto tra la Generazione Z. I lavoratori più anziani sono, invece, i più aperti all’idea di passare al lavoro a contratto, perché intravedono più opportunità o hanno acquisito nuove competenze che possono applicare alle nuove forme di attività.

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Giorgia Pacino

Articolo a cura di

Giornalista professionista dal 2018, da 10 anni collabora con testate locali e nazionali, tra carta stampata, online e tivù. Ha scritto per il Giornale di Sicilia e la tivù locale Tgs, per Mediaset, CorCom - Corriere delle Comunicazioni e La Repubblica. Da marzo 2019 collabora con la casa editrice ESTE. Negli anni si è occupata di cronaca, cultura, economia, digitale e innovazione. Nata a Palermo, è laureata in Giurisprudenza. Ha frequentato il Master in Giornalismo politico-economico e informazione multimediale alla Business School de Il Sole 24 Ore e la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli.

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