Vado a vivere in campagna

Lo Smart working sta svuotando le città e facendo riscoprire i piccoli borghi.

Nel mondo globalizzato in cui viviamo le distanze sono abbattute dai moderni mezzi di spostamento (e di comunicazione). Il viaggio è un tema che evoca la novità, la scoperta. Ma nella letteratura greca il vero valore esistenziale non era nell’avventura del percorso di andata, ma nel significato simbolico del viaggio di ritorno, chiamato nóstos. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo sta portando i lavoratori a distanza a compiere proprio quel “viaggio di ritorno”.

Sadiq Khan, Sindaco di Londra, ha da poco lanciato un appello per ripopolare la City di lavoratori. Il Premier britannico Boris Johnson gli ha fatto seguito, dopo che il Telegraph ha rivelato che persino importanti banche e società di investimenti hanno deciso di non riprendere più il lavoro in presenza, anche quando l’emergenza sanitaria sarà finita. Il problema è che l’indotto generato dai colletti bianchi della City, tra ristoranti, bar e pub, rischia il fallimento.

Parliamo di migliaia di lavoratori e, dunque, di centinaia di miglia di sterline che non entreranno più nelle casse degli esercenti dei settori della ristorazione e dell’ospitalità. Sono a rischio altrettante migliaia di posti di lavoro e basta fare un giro a Londra in questi giorni, complici anche le ferie estive, per trovare un deserto desolante. Se si aggiunge la passione degli inglesi per la countrylife, già nota nelle pagine di Oscar Wilde e dei grandi romanzieri ottocenteschi, si fa presto a capire che la tendenza dei prossimi anni andrà verso un ripopolamento della campagna.

Verso una nuova geografia del lavoro

Secondo il New York Times ben il 52% dei cittadini britannici valuterà questa opzione, con conseguenze molto serie sull’economia delle grandi città. Ne La nuova geografia del lavoro, testo edito nel 2017 da Mondadori e scritto dal ricercatore dell’Università di Berkeley Enrico Moretti (italiano), si stima che per ogni lavoro qualificato che si crea nelle grandi città si creano cinque posti di lavoro non qualificati. In effetti, ora stiamo vivendo l’esatto opposto: un lavoratore qualificato che si sposta fa perdere il lavoro a cinque addetti dei servizi accessori.

Ciò è ancora più vero se si pensa al lavoro femminile. La cosiddetta Womenomics, neologismo coniato da The Economist nel 2006 (riprendendo le tesi di una analista di Goldman Sachs del 1999), definisce la teoria economica secondo la quale il lavoro delle donne è oggi il più importante motore dello sviluppo mondiale. La Womenomics aveva già ampiamente dimostrato che per ogni donna che si reca quotidianamente al lavoro fuori casa si impiegano altrettante baby sitter, colf, parrucchiere, bariste e via dicendo (possiamo citare, tra gli altri, le teorie di Michele La Rosa, nell’introduzione a Occupabilità femminile: oltre l’occupazione, a cura delle Acli di Bologna, Franco Angeli, 2019).

Moretti è, di recente, stato protagonista di un dialogo virtuale con Tito Boeri al Festival dell’Economia. In tale contesto ha ipotizzato due scenari che si potrebbero manifestare nel prossimo futuro: la maggioranza degli impiegati (ma non solo) potrà scegliere di lavorare da casa in maniera permanente; oppure si raggiungerà un equilibrio tra lavoro in presenza e da remoto. Nel primo caso le persone potranno decidere se trasferirsi (o tornare) in località in cui il costo della vita è più basso, ma mantenendosi ‘a libro paga’ di grandi città come Milano o Bologna. Nel secondo caso, il più plausibile secondo l’economista, si arginerà la fuga dalle città.

Questo è auspicabile, secondo Moretti, prima di tutto in ottica di produttività: “Non c’è ragione di pensare che le forze economiche accettino il declino delle città. Inoltre, appare improbabile che i lavoratori, trasferiti nelle aree rurali, rimangano attivi e creativi nel lungo periodo, rispetto a quelli che vivono nelle grandi città“. Per l’esperto, molti stanno ancora lavorando su progetti nati prima dell’emergenza sanitaria. Questo potrebbe essere alla base dei buoni indicatori di produttività. Ma la distanza e l’isolamento difficilmente riusciranno a garantire lo stesso livello di produttività e creatività del lavoro in presenza.

Il South working, una novità tutta italiana

The Economist a maggio 2020 ha pubblicato un’inchiesta dal titolo “Working life has entered a new era”, in cui si suddivide il nostro tempo storico in BC (Before Coronavirus) e AD (After Domestication). Secondo il settimanale di informazione politico-economica non sarà facile tornare nell’era BC: i datori di lavoro stanno risparmiando sui costi e i lavoratori apprezzano il nuovo work-life balance. Negli Usa il National Bureau of Economic Reserch (Nber), da mesi, studia gli effetti della pandemia sulla società e sul mercato del lavoro e in un recente report pubblicato a fine giugno 2020 ha ipotizzato che lo Smart working totale diventerà definitivo per il 40% delle imprese.

Intanto, in Italia dobbiamo affrontare una particolarità tutta nostra. Un gruppo di giovani professionisti e ricercatori di Palermo ha coniato il neologismo “South working”, lavorare (ma anche studiare) dal Sud. Hanno fondato un’organizzazione no profit che nell’ambito del progetto Global Shapers Palermo Hub, per studiare il fenomeno del lavoro da remoto, quando il datore di lavoro è localizzato al Nord, ma il lavoratore è del Sud.

Dopo avere affrontato la fuga dei cervelli, siamo di fronte a un riscatto del Sud Italia? Non proprio. Infatti questa inversione di rotta può avere un seguito solo se implica, di conseguenza, investimenti infrastrutturali in un territorio storicamente in difficoltà. Avere più lavoratori da remoto non comporta necessariamente uno sviluppo locale, se a questo non fanno seguito investimenti nel lungo periodo. Scuole, ospedali, trasporti, innovazione tecnologica, servizi: sono aspetti da cui non si può prescindere in una prospettiva di ripopolamento stabile. Se i giovani che ‘invertono la rotta’ non hanno fiducia nel cambiamento vero del territorio d’origine, si sarà trattato solo di un temporaneo trasferimento.

Dallo spopolamento dei borghi a quello delle città

Pensare che nel 2019 fa l’Istat pubblicava un report in cui denunciava lo spopolamento dei piccoli centri: ben il 60% di residenti in meno in 40 anni . L’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) rispondeva con una agenda del controesodo, suggerendo soluzioni per invertire il flusso delle partenze e portare nuove famiglie in quelle aree non urbane che, a fronte dei disagi che la loro collocazione potrebbe comportare, possono tuttavia offrire una maggiore qualità della vita e diventare motivo di attrazione.

A un anno di distanza la situazione è ribaltata: è stato, infatti, il Sindaco di Milano, Beppe Sala, a lanciare un accorato appello via social per un ritorno al lavoro in presenza, dopo avere saputo che gli oltre 1.000 addetti di una nota società olandese avrebbero lavorato da casa fino, almeno, alla fine del 2020. Gli ha fatto eco il giuslavorista Pietro Ichino, che si è detto preoccupato per le perdite degli esercizi commerciali e del mercato immobiliare delle grandi città. Il problema, però, non si riduce a questo.

La nuova modalità di lavoro potrebbe paradossalmente mettere ancora di più a nudo le diseguaglianze epocali che sussistono nel nostro Paese. Prima di tutto occorre evidenziare che, secondo una stima del Politecnico di Milano, ‘solo’ 1 milione di lavoratori svolge attività compatibili con il lavoro da remoto. Ancora una volta sono le basse professionalità a essere penalizzate: queste sarebbero costrette a restare comunque in città, dove il costo della vita è più alto o, extrema ratio, potrebbero perdere il lavoro senza trovarne un altro. Quello che è certo è che non è sufficiente spostare il luogo di lavoro da una sede all’altra per abbattere le diseguaglianze sociali e territoriali, ripopolando le periferie. Vivere in un luogo non si esaurisce con il fatto di lavorarci.

Gli studenti (e i lavoratori) abbandonano le metropoli

È di questa idea anche Alessandro Santoni, giovane e combattivo Sindaco di San Benedetto Val di Sambro, località dell’Appennino Bolognese. Da tempo denuncia il progressivo spopolamento del suo territorio e cerca soluzioni per porvi fine. Nel 2019, per esempio, ha stretto accordi con l’Università di Bologna, i proprietari di immobili, le aziende di trasporti, in un’ampia rete pubblico-privato, per attirare studenti fuorisede a vivere in paese. Da tempo, inoltre, studia e applica politiche familiari tutte volte al ripopolamento dell’Appennino, tanto da diventare un caso di studio persino per la Provincia autonoma di Trento, da sempre all’avanguardia su questi aspetti.

Già nel 2019 alcuni studenti avevano preso casa a San Benedetto Val di Sambro: da lì si spostavano per seguire le lezioni e sostenere gli esami. Gli ostacoli principali sono costituiti dalle infrastrutture: Santoni ha messo disposizione addirittura un car sharing per ovviare al problema del trasporto pubblico. Questo dimostra che, per attirare residenti, occorre pensare a politiche sociali e territoriali molto complesse, che non si possono improvvisare.

A settembre 2019 il paese è finito su tutti i giornali locali per la questione degli alloggi agli studenti. All’epoca, questo era il problema principale della vicina Bologna, che ospita l’Università più antica d’Europa. Gli studenti, ma anche i lavoratori fuorisede, non riuscivano a trovare stanze in affitto in città e il Consiglio Comunale era costantemente assediato da associazioni e comitati studenteschi, da proteste sindacali e interpelli della società civile (si pensi che Bologna ha poco più di 300mila abitanti e 75mila studenti). Un anno dopo, secondo l’osservatorio del sito Immobiliare.it, in città è disponibile il 270% in più di alloggi rispetto ad allora. A Milano parliamo addirittura del 290% in più.

È abbastanza ovvio che questa assenza di studenti fuorisede pesi: sui bar, sui locali, sulle palestre, sui centri estetici, oltre che sugli alloggi. Secondo Confedilizia la situazione si assesterà nei mesi a venire. A oggi i prezzi degli appartamenti non hanno subito variazioni, ma l’attendismo degli studenti potrebbe portare a ribassi significativi di un mercato che aveva raggiunto i prezzi più alti degli ultimi anni.

Un altro dato in controtendenza sarà quello relativo alle dimensioni degli immobili locati. Se, prima, andavano per la maggiore i monolocali o gli affitti di singole stanze, adesso la ricerca si orienta su appartamenti più grandi, sia per poter avere una stanza da adibire a ufficio domestico sia perché la paura di un nuovo lockdown spinge a desiderare ambienti più spaziosi.

L’ostacolo dell’aggiornamento tecnologico

Ma San Benedetto Val di Sambro non è solo per gli studenti: come racconta lo stesso Sindaco, nell’estate 2020 c’è stato il boom di domiciliati. “Abbiamo avuto un aumento notevolissimo di residenti, con un conseguente ‘tutto esaurito’ degli affitti stagionali e un boom del mercato immobiliare tradizionale”, racconta. Complice l’altitudine, che rende il clima estivo molto piacevole, l’impennata c’è stata anche nelle compravendite.

L’ostacolo principale, semmai, viene dalle infrastrutture tecnologiche: “In molti punti del nostro vasto territorio la connessione Internet è carente. Questo è forse l’impedimento principale al lavoro da remoto. Da anni, ormai, abbiamo avviato un’interlocuzione con la Regione Emilia-Romagna per il progetto di espansione della banda larga, ma a oggi resta un punto debole”. Eolo, la società che ha portato Internet veloce via radio nelle località più sperdute degli Appennini, nelle ultime settimane ha registrato un boom di richieste di nuovi clienti. Nel mese di maggio 2020, rispetto al 2019, ha registrato il 22% in più di richieste dai comuni con meno di 5mila abitanti.

Il ripopolamento di San Benedetto si è visto anche dall’afflusso di persone che, nel pieno rispetto della normativa anti-Covid, hanno partecipato alle varie iniziative estive. “Le famiglie riconoscono che qua potrebbero crescere i figli con un progetto educativo diverso e il Comune offre agevolazioni economiche importanti” ricorda Santoni che, però, appunto, non ha improvvisato queste proposte a seguito del Covid-19, ma lavora da anni sul ripopolamento. L’emergenza sanitaria ha dato solo un impulso in più a un percorso già avviato.

Inti Bertocchi, un giovane ingegnere che ricopre un ruolo di responsabilità negli uffici comunali di Bologna, negli ultimi mesi ha scelto di lavorare a distanza da un borgo appenninico. Subito a ridosso del lockdown, appena è stato possibile uscire, con la moglie ha affittato un appartamento a Castel D’Aiano, in provincia di Bologna, in un borgo appena ristrutturato da un giovane del luogo. Appena in tempo, perché già pochi giorni dopo avere formalizzato la locazione, lo stesso è stato letteralmente sommerso dalle richieste, per affitti di periodi più o meno lunghi.

A suo avviso occorre, però, investire nell’innovazione tecnologica del territorio e in tal modo “si potrebbero intraprendere buone collaborazioni tra istituzioni, residenti e commercianti ed imprenditori che hanno perso clienti a Bologna, perché la montagna può essere un nuovo, significativo bacino di utenza”. Dunque, non c’è necessariamente contrapposizione tra la metropoli e il borgo: occorrono alleanze tra città e territori rurali, magari creando hub e centri servizi più distribuiti.

Lo sviluppo di un’inedita demografia urbana

Gianluigi Bovini, statistico e demografo, osserva come le persone si spostino, in generale, dove stanno meglio, in quanto molto sensibili agli stili di vita. La condizione perché questo sia possibile è che “i servizi sanitari e commerciali vadano verso il cittadino, invece che viceversa”. Perché si compia una migrazione in senso inverso è necessario che servizi, come la consegna della spesa a domicilio, la telemedicina, la possibilità di assistere, magari a distanza, a spettacoli, conferenze ed eventi culturali, possano raggiungere le persone anche nelle periferie.

Il vantaggio non sta solo nell’ambiente naturale migliore, ma occorre pensare ai prezzi delle case, molto più bassi. Questo benefit non deve essere, tuttavia, annullato da costi di trasporto che compensino le spese di alloggio inferiori. Per questo si può pensare di realizzare un sistema ‘misto’ di lavoro a distanza e in presenza, che permetta di riequilibrare le spese, con un occhio di riguardo all’ambiente e all’energia.

Bologna, in particolare, è il primo Comune in Italia che ha raggiunto il pareggio di bilancio e ora l’Assessore Davide Conte, che ha proprio questa delega, è impegnato in difficile bilancio preventivo 2021-23. “Si parla spesso degli impatti del lockdown a livello sanitario, sociale ed economico. Ma è molto importante anche l’impatto sull’urbanistica. Negli ultimi mesi abbiamo osservato uno strano paradosso: i centri direzionali di ultima generazione sono vuoti e sembrano i castelli addormentati delle favole mentre i vecchi quartieri periferici, definiti un tempo ‘quartieri dormitorio’, sono diventati il centro di lavoro, di consumo e di vita familiare”, osserva Conte.

“Si tratta di trasformazioni dell’uso degli spazi della città e dei tempi di vita dei cittadini, con impatti di natura economica e sociale, perché si sono modificati i trend di rendita e i flussi di mobilità. Si tratta di ripensare le nostre città su queste nuove dimensioni e ritmi di vita, forse per la prima volta coerenti con un’idea di sviluppo sostenibile delle nostre città”.

Smart working, da benefit a (dis)valore

Anche la Ministra per l’innovazione tecnologica Paola Pisano dalle pagine de La Stampa si è di recente interrogata se il lavoro a distanza possa impoverire i centri cittadini. “Il rischio c’è e va evitato”, è la sua tesi. “Il lavoro in remoto non è un valore in sé. È utile in condizioni di emergenza dovute alla necessità di prevenire contagi di Covid-19 e il 2020 ha innescato una fase di cambiamento. Impedire traumi sociali e tutelare il meglio della tradizione italiana sono compiti fondamentali della politica: da affrontare avvalendosi di competenze tecnico-scientifiche e confronto costruttivo fra componenti della società”.

Le aziende messe in crisi dal lavoro da remoto sono diverse, in primo luogo quelle che si occupano di mense aziendali e di fornire pasti alle imprese. Anche Camst, colosso bolognese della Ristorazione aziendale, negli ultimi mesi ha assistito a una riduzione dei pasti erogati, a causa di una maggiore diffusione dello Smart working. “Alla luce del nuovo scenario che si è venuto a creare, e che è destinato a protrarsi ancora a lungo, abbiamo ridisegnato la pausa pranzo aziendale. La cosa più importante è trovare il modo di garantire un pasto completo ed equilibrato dal punto di vista nutrizionale in completa sicurezza, non solo per chi lavora in azienda, ma anche per chi lavora da casa in Smart working”, sostengono dall’azienda. Tesi confermate anche da altri player della Ristorazione collettiva, che la rivista Persone&Conoscenze (il magazine dedicato alla Direzione del Personale edito dalla casa editrice ESTE) ha coinvolto in una tavola rotonda proprio per confrontarsi sul futuro del settore (il report è disponibile nel Supplemento al numero di Luglio-Agosto 2020 della rivista).

Non si può negare che, a parte le mense, tutto l’indotto di cui fanno parte trasporti locali, servizi accessori di pulizia, portierato, manutenzioni, sia stato messo in grande difficoltà dallo ‘svuotamento’ degli uffici delle città. Per questi settori la crisi generata dal lockdown è stata solo l’inizio. Anche il progressivo rientro in azienda, se si completerà, sarà gestito in modo tale da non garantire più, comunque, gli stessi afflussi di prima.

Di questa nuova geografia del lavoro non si può non tenere conto. Le imprese dovranno essere in grado di (r)innovare il proprio business. L’impatto sarà comunque complesso, perché riguarderà mobilità, urbanistica, cultura, abitudini dei cittadini. La tutela del lavoro dovrà diventare un tema centrale: aziende, politica e istituzioni dovranno collaborare per ridefinire questa nuova mappa dei lavori e dei consumi.

Tante aziende, nel pieno dell’emergenza sanitaria, sono state in grado di convertire la propria produzione: aziende meccaniche hanno cominciato a costruire respiratori, aziende automobilistiche hanno rifornito gli ospedali di mascherine e via dicendo. La stessa flessibilità, ora, dovrà diventare abitudine e rientrare in una nuova normalità.

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Chiara Pazzaglia

Bolognese, giornalista dal 2012, Chiara Pazzaglia ha sempre fatto della scrittura un mestiere. Laureata in Filosofia con il massimo dei voti all’Alma Mater Studiorum – Università degli Studi di Bologna, Baccelliera presso l’Università San Tommaso D’Aquino di Roma, ha all’attivo numerosi master e corsi di specializzazione, tra cui quello in Fundraising conseguito a Forlì e quello in Leadership femminile al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum. Corrispondente per Bologna del quotidiano Avvenire, ricopre il ruolo di addetta stampa presso le Acli provinciali di Bologna, ente di Terzo Settore in cui riveste anche incarichi associativi. Ha pubblicato due libri per la casa editrice Franco Angeli, sul tema delle migrazioni e della sociologia del lavoro. Collabora con diverse testate nazionali, per cui si occupa specialmente di economia, di welfare, di lavoro e di politica.

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