Vite da rifare

Quarantena giorno 35. Le settimane passano. Intanto le nostre vite sono state stravolte e continuare a lavorare è faticoso. Per le donne, tanto per mantenere una salda continuità con il passato, molto di più. Ma andiamo con ordine. Cosa stiamo imparando da questa emergenza sanitaria?

Per prima cosa appare chiaro che la salute delle persone non può essere affidata al mercato. Una logica che negli Stati Uniti è stata esasperata: i ricchi si curano i poveri no. Ma oggi il povero può contagiare il ricco, la carta di credito come unico lasciapassare per il pronto soccorso è una strategia che mostra chiari limiti. Si ricorrerà ai ripari? Vedremo.

Per quel che ci riguarda, possiamo augurarci che qualche nemico del fisco sia stato tratto in salvo dal nostro personale sanitario ridotto allo stremo e che il gesto provochi un rimorso di tali proporzioni da far passare l’evasore dal letto della terapia intensiva allo sportello dell’agenzia delle entrate, ancorché virtuale. Vedremo.

Ci saranno parole che dovranno andare in soffitta, la prima è ‘resilienza’. La resilienza porta intrinsecamente con sé il concetto dell’adattamento ma ora la cosa peggiore che potremmo fare è adattarci. A cosa, al virus? Direi che più che essere resilienti occorre immaginare efficaci exit strategies supportate da nuove idee. Bisogna sviluppare un modo nuovo di guardare alle cose, rischiare, mettere in atto comportamenti coraggiosi. E bisogna studiare. Il momento può essere l’occasione per una accelerazione tecnologica – come è stato per noi che abbiamo digitalizzato le nostre riviste, inventato nuovi format – e tutto quello che abbiamo imparato sino a ora potrebbe non bastare. Saremo capaci? Vedremo.

Appare chiaro che oggi il vero valore è rappresentato dalla competenza. Ed è così che in questo periodo i nostri nuovi eroi sono medici e scienziati. Anche i virologi, che se nella prima fase di questa pandemia avessero espresso pareri meno divergenti ci avrebbero evitato confusione e incertezze sfociate talvolta nel panico. I bollettini serali hanno surclassato telegiornali e serie televisive, incollando milioni di italiani al teleschermo in attesa del verbo. Il parere più autorevole, e che scomodiamo da oltreoceano, è quello dell’italianissima Ilaria Capua. Consideriamo essenziale il suo giudizio e la sua interpretazione di ciò che accade. Non possiamo più fare a meno di lei dimentichi del fatto che siamo noi ad averla fatta scappare all’estero. Non ripercorro i noti fatti di cronaca ma la nostra incapacità di valorizzare il talento comincia a costarci veramente troppo cara. Ilaria Capua, riferendosi al Covid-19 l’ha definito ‘sciame virale’. I danni del virus ce li porteremo addosso per molto tempo, i danni che produce lo sciame di incompetenza che ci ha investito, amplificato dal potere ‘virale’ dei social network, non credo sia calcolabile. Cambierà qualcosa? Vedremo.

In managerialese si dice che questa situazione è paragonabile ad un ‘cantiere aperto’ e ci deve stimolare a superare gli schemi rigidi del passato. La maggior parte di noi lavora da casa e, finché era il lavoratore a negoziare qualche giornata al mese di lavoro in modalità smart, tutto bene. Ora che tutta la famiglia è diventata smart, figli compresi, la situazione si fa estrema. E si possono osservare delle differenze. Mentre gli uomini ostentano più ottimismo le donne soffrono di più. Al lavoro si somma la gestione della casa –gli aiuti domestici non si prestano ad essere svolti in modalità ‘smart’– e, in una situazione nella quale il lavoro entra nella vita e la vita modifica il lavoro arricchendolo di nuove esperienze, le donne amplificheranno la loro capacità di portare nel lavoro le esperienze della vita. La ridondanza generata dalla prossimità tra vita personale e lavoro sarà più efficace della resilienza. Certo, questa è un’esperienza estrema, ma sarà anche un’occasione per modificare alcuni assetti organizzativi inadeguati per gestire questo nuovo normale. Le organizzazioni daranno ascolto a tutto il portato di cui il femminile è portatore? Fino ad ora non abbiamo in effetti dimostrato questa capacità, le percentuali di donne costrette ad abbandonare il lavoro alla prima maternità parla da sola. Il lavoro si deve arricchire di umanità, la nuova stagione di progettualità dovrà partire da qui. Cambierà qualcosa? Vedremo.

In queste ultime settimane siamo tutti rimasti toccati dalle immagini di infermieri –anche in questa professione le donne sono di più– stremati da turni di lavoro massacranti. Personale che ha mostrato una abnegazione straordinaria, spesso privi di strumenti di protezione adeguati, a fronte di stipendi non proporzionati al valore del lavoro. L’opportunità di aprire una nuova stagione di progettualità dovrà valere per ogni ambito: sociale, aziendale, personale. La domanda che più ci poniamo in questi giorni è quando potremo tornare alla nostra vita di prima. Credo sarebbe opportuno mettere in discussione l’interrogativo perché della vita che abbiamo costruito ‘prima’ c’è tutto da rifare. Forse, abbiamo davanti a noi una grande occasione. Ora, diceva Beckett, cerchiamo di sbagliare meglio.

Buona Pasqua.

 

Ilaria Capua, emergenza sanitaria, competenza, ridondanza, umanità

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