Aziende e Covid, piccolo non è (sempre) resistente

Aziende con meno di sette dipendenti in difficoltà, grandi imprese più resistenti. Questa la fotografia scattata dall’Istat che, fra ottobre e novembre 2020, ha analizzato le condizioni delle aziende durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 e le loro strategie per far fronte alla pandemia e avviare la ripresa del sistema produttivo: clicca qui per consultare il report completo.

La pandemia, infatti, ha colpito le imprese del nostro Paese più o meno duramente, per lo più in base a settore e dimensione. L’Istat ha così tracciato cinque profili, in cui è possibile raggruppare le aziende a seconda dei comportamenti tenuti durante la crisi e delle loro condizioni operative, e ne ha analizzato le conseguenze economiche.

Imprese statiche e proattive

Dimensioni diverse, sofferenze diverse. Proprio così: secondo il report Istat le aziende più piccole (con meno di sette dipendenti) sono le più colpite dalla crisi dovuta al Coronavirus. Ma non solo. Le prospettive di ripresa, a novembre 2020, risultavano maggiormente compromesse per le unità meno produttive (anche a causa delle chiusure imposte dal Governo), con dipendenti di scolarizzazione inferiore rispetto alla media, un costo del lavoro più basso e con business rivolti esclusivamente al mercato locale o nazionale. E, paradossalmente, queste sono le stesse imprese che non hanno formulato una valida strategia di ripresa. Sono state definite dal report Istat come aziende “statiche in crisi” e rappresentano il 28,6% del campione analizzato.

Vi sono poi le aziende “statiche resistenti”, ovvero quelle che non hanno una strategia definita per la ripartenza per il semplice fatto di non esser stati colpiti duramente dagli effetti della pandemia. Fanno parte di questo gruppo il 35,5% delle imprese oggetto di studio, rendendolo il più popolato. Le aziende “proattive in sofferenza”, invece, rappresentano il 10,7% del totale e inglobano tutte le imprese che hanno subìto gravi danni, ma che hanno avviato piani di reazione molto strutturati.

Gli ultimi due cluster sono rappresentativi delle aziende definite “proattive in espansione” e “proattive avanzate”. Le prime (19,4%) sono state colpite molto lievemente dall’emergenza sanitaria e, dunque, hanno proseguito il percorso di sviluppo intrapreso nel periodo pre-Covid; le seconde, invece, hanno subìto effetti variabili, riuscendo però ad aumentare i loro investimenti rispetto al 2019. Queste ultime rappresentano appena il 5,8% delle aziende.

Come anticipato, le aziende più colpite e meno strategiche sono quelle più piccole e con un livello di produttività più basso. Pur rappresentando uno degli insiemi più numerosi, hanno conseguenze ridotte in termini di occupazione e valore aggiunto (rispettivamente 15,2% degli addetti e 8,5% di valore aggiunto).

Di contro, il 71,6% del valore aggiunto totale e la maggior parte degli addetti (oltre il 60%) fanno capo alle imprese dei tre ‘cluster proattivi’, più numerose nei compartimenti delle forniture idrico-energetiche, chimico, farmaceutico ed elettronico (le industrie meno colpite dalla crisi sanitaria).

Le difficoltà strategiche delle piccole aziende

Le forti ripercussioni della crisi sulle imprese di dimensioni ridotte derivano principalmente dalla loro strategia ‘conservatrice’. Dal report, infatti, emerge che il 74% delle aziende raggruppate nel primo cluster e il 75% di quelle del secondo non ritiene necessario investire nel capitale umano, nelle tecnologie, in Ricerca e Sviluppo (R&S) e nell’internazionalizzazione. Infine, come si evince dal report, oltre il 30% delle imprese ‘statiche’ non riesce a definire un piano di ripartenza coerente, benché quasi il 95% ammetta di aver subìto un duro colpo dalla crisi dovuta al Covid-19.

Punto di vista in totale contrasto con le aziende ‘proattive’, in particolare quelle ‘in espansione’ e ‘avanzate’, che si caratterizzano da elevati livelli di produttività, maggiore formazione dei propri addetti e grandi investimenti sui propri dipendenti. Queste aziende, per il loro carattere ‘dinamico’, riescono a offrire una celere risposta alle crisi, anche grazie alla capacità di riconvertire prodotti e processi, digitalizzarsi e aprirsi a mercati esteri. E la strategia di adattarsi al 4.0 garantisce loro di rimanere competitivi anche in periodi di distanziamento sociale, grazie all’implementazione di pratiche come lo Smart working e la vendita online.

Ciò che emerge dal report è la necessità, per le aziende di piccole dimensioni, di investire. Investire nel digitale. Investire nelle persone. I due elementi fondamentali per non subire passivamente i cambiamenti dei mercati, per riemergere più forti da questa crisi e per essere competitivi in futuro.

Covid, Istat, ripresa, piccole aziende


Francesca Albergo

Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione – percorso del teatro e dello spettacolo – Francesca Albergo ha successivamente conseguito un master in Professioni e Prodotti per l’Editoria. Dopo un’esperienza di cinque anni nelle Risorse Umane – durante i quali non ha mai abbandonato lettura e stesura di testi – la passione per le parole, la scrittura e (soprattutto) la grammatica l’ha portata a riprendere la sua strada, imparando a ‘vivere per lavorare’, come le consigliò un professore al liceo. Amante della carta e del ‘profumo dei libri’ si è adattata alla frontiera digital dell’Editoria, sviluppando anche competenze nella gestione di CMS. Attualmente collabora in qualità di editor e redattrice con case editrici e portali web. Nella sua borsa non mancano mai un buon libro, una penna (rigorosamente rossa) e un blocco per gli appunti, perché quando un’idea arriva bisogna esser pronti ad accoglierla.

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