Coronavirus e remote working, la mancanza di esperienza si vede

Dopo più di un mese di lockdown, i risultati parlano chiaro: le imprese che già prima dell’avvento del coronavirus avevano adottato misure di flessibilità e forme di lavoro agile sono quelle che nell’emergenza stanno reagendo meglio alla pandemia e alle misure di contenimento del contagio. Al contrario, l’assenza di esperienza e capacità di gestire il lavoro da remoto si sta rivelando la prima causa della perdita di produttività.

Secondo un’indagine di PwC, le conseguenze potrebbero essere più serie che altrove non in Italia, dove pure prima dell’emergenza coronavirus gli smart workers erano appena 570mila, bensì in Irlanda. Oltre alle scarse competenze riscontrate tra i lavoratori costretti a operare a distanza, la ridotta qualità dell’infrastruttura di Rete in alcune aree del Paese sta riducendo di molto la capacità produttiva delle imprese. Molte compagnie irlandesi sono state colte di sorpresa dalla diffusione del virus e non sono riuscite ad approntare in tempo i sistemi necessari per garantire continuità al business anche da remoto.

Il 96% dei Chief Financial Officer irlandesi ha ammesso che la crisi da Covid-19 sta generando “grande preoccupazione”, un percentuale di molto superiore alla media globale, ferma al 73%. Il timore più grande riguarda l’impatto finanziario sulle operazioni, sulla liquidità e sulle risorse di capitale della propria azienda (70%). E, sullo sfondo, cresce la paura di una recessione economica globale (65%).

Quasi due terzi dei CFO di Dublino si aspettano un vistoso calo della produttività nel prossimo mese, proprio a causa delle difficoltà riscontrate nel remote working. In cima alle agende dei responsabili finanziari di tutto il mondo oggi ci sono contenimento dei costi (78%) e rinvio o cancellazione degli investimenti programmati (61%). Mentre il 26% non esclude la possibilità di dover ricorrere a licenziamenti, un terzo dei CFO pensa ancora di potersi prima avvalere delle misure di sostegno previste dai Governi. A sorpresa, appena il 4% si occupa dei rischi per la sicurezza, investendo in cybersecurity. Un orientamento condiviso a livello globale: le imprese stanno tagliando i costi e mettendo da parte gli investimenti in tecnologia e forza lavoro, per cercare di resistere alla tempesta.

Fonte: Irish Times

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Giorgia Pacino

Articolo a cura di

Giornalista professionista dal 2018, da 10 anni collabora con testate locali e nazionali, tra carta stampata, online e tivù. Ha scritto per il Giornale di Sicilia e la tivù locale Tgs, per Mediaset, CorCom - Corriere delle Comunicazioni e La Repubblica. Da marzo 2019 collabora con la casa editrice ESTE. Negli anni si è occupata di cronaca, cultura, economia, digitale e innovazione. Nata a Palermo, è laureata in Giurisprudenza. Ha frequentato il Master in Giornalismo politico-economico e informazione multimediale alla Business School de Il Sole 24 Ore e la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli.

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