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Direttore o direttrice?

Maschile o femminile? La questione non si limita a questo. La declinazione del sostantivo che connota le professioni femminili è oggetto di dibattito da anni. Non mi sono mai entusiasmata alla questione, mentre intorno a me si consolidavano nuovi utilizzi della nostra lingua. Il fatto è che la declinazione al femminile del sostantivo contribuisce a dare sostanza al ruolo, ufficializza il fatto che ‘quella’ posizione può essere ricoperta da una donna.

Se cade la barriera linguistica tutto diventa possibile. Perché abbiamo bisogno di dare un nome alle cose per dar loro concretezza. Nominiamo qualcosa per decretarne l’esistenza. Non farlo significa allontanare la possibilità che quella cosa prenda consistenza. Se connotiamo come ‘sindaco’ un sindaco donna, stiamo dicendo che è una circostanza eccezionale che a ricoprire quel ruolo ci sia una figura femminile, tant’è che usiamo un sostantivo maschile, come a dire che la signora di turno è lì quasi per caso. Acconsentiamo alla sua presenza per un periodo transitorio, in attesa si ristabilisca l’ordine naturale delle cose e che, per l’appunto, si materializzi l’unico veramente autorizzato a ricoprire quel ruolo, cioè un uomo. Al contrario, alcune professioni al femminile suonano benissimo, come ‘infermiera’, ma le donne si sa, sono le depositarie della cura, a patto che a deciderla sia qualcun altro.

A chi sostiene si tratti di temi futili e che abbiamo molto altro cui pensare, ribatterei con forza che è proprio nel momento più difficile che stiamo vivendo dal secondo dopoguerra che la nostra società ha bisogno del contributo di tutti, e soprattutto di coloro che rischiano di pagare il prezzo più alto di questa crisi, e cioè le donne, costrette a rimanere fuori dal mondo del lavoro dopo avervi faticosamente fatto ingresso. A chi considera le declinazioni al femminile una deriva linguistica, direi che siamo già alla deriva, e la ‘scuola a rotelle’ non farà che trascinarci ancora più velocemente verso il baratro. A chi volesse farmi notare che questa risoluzione specifica proviene da una ‘Ministra’ potrei controbattere che abbiamo 70 anni di storia repubblicana gestita da uomini alla quale attingere per trovare risoluzioni di dubbia efficacia, o decisamente negative.

Le scuole, con le incertezze sulle riaperture costringeranno molte donne a rinunciare al loro impegno fuori casa. E, se lavoreranno in smart working, avranno sulle loro spalle anche il peso della gestione della casa e della didattica a distanza. Se l’imprenditoria femminile era in crescita, ora il Covid ha arrestato anche questo trend.

Stiamo camminando su una lastra di ghiaccio sottile, ha detto la Cancelliera Angela Merkel, riferendosi ai pericoli economici, sanitari, politici provocati dal virus. E questa pandemia potrebbe farci correre un rischio enorme riportando a casa le donne che tanta fatica hanno fatto per conquistare un ruolo fuori. E lo smart working, nella sua versione di home working che tanto, dicono, agevolerebbe la conciliazione, non rappresenta un aiuto. Stiamo tornando indietro di secoli, quando non esistevano le fabbriche e il lavoro si faceva in casa, pensiamo ai lavori di tessitura: era all’interno delle mura domestiche che si lavorava a si viveva, in questo modo le donne potevano sovrintendere a tutto.

Nel momento esatto in cui il nastro della storia sembra scivolare velocemente indietro, per evitare di non avere più tempo e forze per invertire il corso degli eventi, è importante non considerare temi insignificanti argomenti che invece un significato profondo ce l’hanno. E mi sono convinta che la declinazione al femminile dei ruoli sia uno di questi. Viviamo in un momento in cui le donne hanno la responsabilità, in primo luogo, di portare un contributo di pensiero che diverga dal pensiero dominante, convenzionale, socialmente accettato come valido. In secondo luogo, ma non meno importante, le donne hanno la responsabilità di sostenere altre donne. Partendo dalla valorizzazione del loro ruolo. Anche per questo ho deciso che non sarò più un direttore editoriale ma una direttrice.

leadership, Smart working, lavoro femminile


Chiara Lupi

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 ha partecipato all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige la rivista Sistemi&Impresa e governa i contenuti del progetto multicanale FabbricaFuturo sin dalla sua nascita nel 2012. Si occupa anche di lavoro femminile e la sua rubrica "Dirigenti disperate" pubblicata su Persone&Conoscenze ha ispirato diverse pubblicazioni sul tema e un blog, dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato il libro Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager. Nel 2019 ha curato i contenuti del Manuale di Sistemi&Impresa Il futuro della fabbrica.

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