Il senso del team

Un caro amico si ammala. Capita che la vita ti faccia uno sgambetto e ti trovi faccia a terra. Lo vado a trovare, la malattia è lì, sembra che ti sfidi. Mi devi reagire, con forza e dignità. Il tempo passa molto più lento quando non lo devi riempire con il ritmo forsennato della vita, e ti ritrovi a convivere un te stesso che non riconosci e con persone con le quali non sentivi l’urgenza di condividere l’esistenza. Ma tant’è, non hai scelta. O meglio, la scelta migliore che puoi fare è cercare di trovare un equilibrio all’interno di un microcosmo di cui non conosci gli abitanti, governato da regole che non hai scelto tu. La ricerca dell’equilibrio si concretizza nell’accettarle queste regole, perché non hai scelta e perché l’ha deciso qualcuno che ne sa più di te e l’unica cosa sensata che puoi fare è fidarti.

Il mio amico questa lezione l’ha imparata, ma non tutti la pensano come lui. C’è chi se la prende con le infermiere, chi dà sfogo a lamenti continui, chi non ha alcuna considerazione per chi sta nel letto a fianco. Chiacchieriamo di questo la prima volta che lo vado a trovare e, nel condividere questi pensieri, emerge il suo passato da manager. “Qui siamo tutti un grande team, pazienti, infermieri e medici. Dobbiamo tutti remare dalla stessa parte se vogliamo ottenere dei risultati. Ma vai a spiegarlo a quello che inveisce contro chi considera l’infermiera poco più di una cameriera…”. Torno a casa con quelle parole stampate nella testa.

A distanza di due mesi siamo in piena emergenza da coronavirus e lo spettacolo al quale stiamo assistendo è la dimostrazione plastica di quanto nella nostra italietta ognuno remi dalla propria parte. Da noi nemmeno la comunità scientifica lavora unita, i due fronti sono ben schierati: allarmisti da una parte e negazionisti dall’altra. Ovviamente il fronte allarmista è quello che fa più presa ed è così che la macchina della paura affila le armi.

Si chiudono i voli diretti dalla Cina (chi volesse arrivare dall’oriente facendo scalo naturalmente è liberissimo di farlo), si misura la temperatura a tutti negli aeroporti (i produttori di termometri ringraziano), si organizzano conferenze stampa dalla protezione civile (parliamo di un virus, non ti un terremoto), i Governatori delle regioni dove si manifestano i primi casi deliberano la chiusura delle scuole. C’è chi pare molto invidioso di questo provvedimento e prova ad introdurlo anche senza motivo perché si sa, l’invidia è una brutta bestia.

Nel giro di 48 ore il nord si paralizza. Molte aziende obbligano le persone a lavorare da casa, i partigiani dello smart working gongolano. Peccato che la modalità ‘smart worker’ in abbinata allo ‘smart student’ gli studiosi delle più innovative pratiche di innovazione organizzativa non l’abbiano nemmeno mai presa in considerazione, ed è così che bastano pochi giorni di lavoro smart per far rimpiangere a molti le rassicuranti pareti dell’ufficio.

Ma torniamo al nostro nord, dove interi settori si paralizzano, le fiere si posticipano e, per non farci mancare nulla, chiudono i bar. Dalle 18.30 in poi però. La ressa da cappuccino è consentita, lo spritz cade in disgrazia. Ormai il danno è fatto, il nostro Paese è l’untore d’Europa, per non sbagliare i turisti andranno altrove. Certo, ad essere più colpito è il nord ed è così che per una sorta di nemesi storica ora è il sud a respingere chi arriva dal nord…

In questo grande caos nel quale nessuno ci dà la sensazione di lavorare all’interno di un team coeso, e dove si delibera in modo scomposto, anche a causa della grande autonomia dei Governatori che possono deliberare provvedimenti che non sempre trovano una giustificazione scientifica, grandi segnali di grande coesione arrivano dalla società civile, da tutti quei lavoratori che si sono presentati puntualmente in fabbrica dimostrando non esiste un ‘io’ e un ‘loro’: esiste una dimensione collettiva all’interno della quale abbiamo tutti delle responsabilità e dalla quale dipende il bene comune in un contesto che appare, per tutti, più vulnerabile.

Recuperare il senso del ‘noi’ è l’unica strada per convivere all’interno di un presente che sarà sempre più incerto. Il Covid-19 non sarà certo l’ultimo, uscirà una versione aggiornata, si ironizza sul web. E dovremo essere preparati. In queste giornate nelle quali il ritmo in città scorre più lento, le lotte di potere e i sensazionalismi di cui si nutre la nostra politica appaiono ancora più fuori luogo. Abbiamo bisogno di una politica, e di media, che anziché seminare paura infondano coraggio. Fino ad ora le uniche a farci coraggio, e a darci speranza, sono state le donne: ricercatrici, per lo più precarie che, lavorando giorno e notte, mentre sedicenti esperti pontificavano in tv, hanno isolato il ceppo italiano del virus. Loro sì sono un grande team.

Smart working, lavoro femminile, coronavirus, lavoro in team


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Chiara Lupi

Articolo a cura di

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 ha partecipato all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige la rivista Sistemi&Impresa e governa i contenuti del progetto multicanale FabbricaFuturo sin dalla sua nascita nel 2012. Si occupa anche di lavoro femminile e la sua rubrica "Dirigenti disperate" pubblicata su Persone&Conoscenze ha ispirato diverse pubblicazioni sul tema e un blog, dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato il libro Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager. Nel 2019 ha curato i contenuti del Manuale di Sistemi&Impresa Il futuro della fabbrica.

Chiara Lupi


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