Innovazione e digitalizzazione, il ruolo dei quadri delle PMI

Che le Piccole e medie imprese (PMI) siano il pilastro dell’economia nazionale non è un mistero. Tuttavia, è altrettanto vero che sono anche particolarmente restie al cambiamento. Per motivi economici, senz’altro, ma anche per motivi culturali. “Abbiamo sempre fatto così” è una di quelle frasi che spesso si associano alle PMI.

Ma la classe dirigente di esse, in primo luogo i quadri, cosa ne pensa? Anch’essi sono così restii all’innovazione, soprattutto a quella digitale? Quadrifor e Doxa hanno di recente pubblicato un’indagine dal titolo Innovazione, digitalizzazione e competenze nelle PMI del terziario. La ricerca ha riguardato 600 quadri inseriti in aziende, iscritte a Quadrifor, che impiegano meno di cinque quadri (il campione è dunque rappresentativo anche dal punto di vista statistico).

Gli intervistati sono stati per due terzi uomini e per un terzo donne; quelli al di sotto dei 35 anni sono il 7,8% e gli over 55 il 22,7%. Il livello di istruzione è elevato, soprattutto tra le donne: lavorano per lo più al Nord, in particolare il 50,5% in Lombardia e il 9,3% nel resto del Nord Ovest, quindi nel Nord Est il 22,8%. I settori maggiormente rappresentati sono le attività di servizi e consulenza alle imprese, il commercio all’ingrosso e al dettaglio, l’informatica e attività connesse.

La formazione come leva di sviluppo

Secondo Roberto Savini Zangrandi, Direttore di Quadrifor, c’è un esito chiaro della ricerca: anche nelle PMI è presente, in forte aumento, la richiesta di formazione come leva di sviluppo. Spesso, infatti, le aziende di dimensioni ridotte giustificano la mancanza di innovazione e digitalizzazione con i pochi fondi a disposizione, ma esse dovrebbero essere aiutate a uscire da questo circolo vizioso, magari guidandole e indirizzandole alla scoperta delle varie possibilità di finanziamento presenti sul territorio o in Europa.

Come spiega Savini Zangrandi, se non si investe in innovazione, così come nella formazione del management, senz’altro non arriveranno nemmeno i progressi economici; inoltre, se i manager non hanno le competenze giuste per individuare i profili professionali da dedicare a queste funzioni, è impossibile innestare il processo di innovazione. Dunque, i manager per primi dovrebbero essere non solo formati al digitale, ma ‘educati’ a esso, per aiutare anche i più maturi a superare le ritrosie.

L’importanza della digitalizzazione

A differenza di quello che si può pensare per le PMI, da quanto è emerso nella ricerca per i quadri l’innovazione è molto importante (7,8 punti in una scala da uno a 10). Il motivo è l’acquisizione di un vantaggio competitivo (66,2%), il miglioramento della qualità percepita dal cliente (62,5%) e della qualità interna del lavoro (56,2%), la riduzione dei costi, l’aumento della produttività e l’automazione dei processi (40%).

Date le ridotte dimensioni delle imprese considerate, la creazione di un team dedicato all’innovazione sarebbe necessaria solo per il 22% dei rispondenti. Dell’innovazione se ne occupano prevalentemente il titolare e il Direttore o Amministratore Delegato. Per il 26% dei quadri servirebbe un budget dedicato.

Il 41,8% delle aziende per cui lavorano, però, non ha introdotto ancora alcun metodo di lavoro innovativo. Tra gli ostacoli risultano la carenza di personale qualificato e la resistenza al cambiamento da parte del personale e del management. L’innovazione più citata non riguarda il digitale o la tecnologia, ma lo Smart working.

Per quanto riguarda la digitalizzazione, è considerata anch’essa strategica, in egual misura all’innovazione. Il motivo? In questo caso riguarda l’automazione dei processi (58,5%), la possibilità di comunicare e relazionarsi con i clienti in maniera più efficace (58,2%), l’aumento di produttività (52,7%) e la facilitazione del lavoro a distanza dei propri dipendenti (46%). Rispetto all’innovazione, i processi di digitalizzazione risultano essere più diffusi nelle imprese di piccola dimensione: solo l’1,5% dei quadri intervistati indica che nessuna tecnologia è stata implementata nell’impresa.

La digitalizzazione resta comunque di più difficile approccio per i quadri: l’85,8% non ha saputo indicare la percentuale di fatturato destinabile a essa. Quello che emerge, però, è che i quadri imparerebbero volentieri a comunicare meglio, all’interno e all’esterno, grazie ai social media e ad altre tecnologie digitali.

Ci sono (ancora) manager ostili al cambiamento

Con la ricerca è stata svolta infine una cluster analysis, che ha consentito di individuare cinque gruppi omogenei per caratteristiche e comportamenti rispetto all’innovazione e alla trasformazione digitale.

I due gruppi relativamente più presenti sono gli I&D (Innovation and Digitalization) Embracers e gli I&D Promoters. Al primo gruppo (22,2%) corrispondono manager prevalentemente uomini, in posizioni elevate nella struttura, in imprese spesso appartenenti a un gruppo, nei settori dell’informatica e della manifattura. Sono frequentemente coinvolti nella promozione dell’innovazione e della digitalizzazione, per la quale è prevista l’allocazione di un budget più consistente che in altri cluster.

Al gruppo degli I&D Promoters, in cui viene identificato il 22,5% degli intervistati, appartengono manager uomini nella fascia d’età 46-54 anni, occupati in imprese del Centro Italia con tre quadri, nelle aree di Ricerca e sviluppo e nei Sistemi informativi. Considerano l’innovazione e la digitalizzazione come leve necessarie per il posizionamento competitivo dell’impresa e nelle loro aziende sono già presenti diversi metodi di lavoro innovativi e tecnologie digitali. Differentemente dall’Embracer, il Promoter non si limita ad introdurre nuove tecnologie, ma intende promuoverne l’importanza e rafforzare le proprie competenze nel campo della digital transformation.

Un terzo gruppo, gli Young and Digitalized, riguarda il 20,8% dei middle manager operanti in imprese con cinque quadri. Sono uniformemente distribuiti sul territorio nazionale, con una età media più bassa del resto del campione (al di sotto dei 45 anni). Nelle loro imprese l’innovazione e la digitalizzazione sono ritenute processi strategici e il personale è coinvolto in azioni di promozione. Gli investimenti della proprietà a riguardo, tuttavia, sono molto ridotti.

Un quarto gruppo, i Curious but Passive, accomuna il 16%, tra i più maturi (55 anni e oltre) e prevalentemente operanti nel Nord Ovest. Lavorano in aziende in cui l’innovazione e la digital transformation non sono considerate strategiche, ma ritengono che potrebbero contribuire al riposizionamento dei prodotti e dei servizi. Tra i maggiori ostacoli riscontrano le resistenze del management al cambiamento.

Infine, il gruppo dei Traditional and Disinterested riguarda soprattutto donne quadro con titolo di studio universitario, operanti in aziende del Nord-Est con almeno quattro quadri e rivolte a un mercato locale. È l’unico gruppo a mostrarsi disinteressato ai temi oggetto della ricerca.

 

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Chiara Pazzaglia

Bolognese, giornalista dal 2012, Chiara Pazzaglia ha sempre fatto della scrittura un mestiere. Laureata in Filosofia con il massimo dei voti all’Alma Mater Studiorum – Università degli Studi di Bologna, Baccelliera presso l’Università San Tommaso D’Aquino di Roma, ha all’attivo numerosi master e corsi di specializzazione, tra cui quello in Fundraising conseguito a Forlì e quello in Leadership femminile al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum. Corrispondente per Bologna del quotidiano Avvenire, ricopre il ruolo di addetta stampa presso le Acli provinciali di Bologna, ente di Terzo Settore in cui riveste anche incarichi associativi. Ha pubblicato due libri per la casa editrice Franco Angeli, sul tema delle migrazioni e della sociologia del lavoro. Collabora con diverse testate nazionali, per cui si occupa specialmente di economia, di welfare, di lavoro e di politica.

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