La lezione di anti-fragilità delle imprese familiari

In Italia un’azienda familiare su quattro è a rischio chiusura per problemi finanziari. La sua struttura patrimoniale risulta inadeguata per un’impresa su tre, e il 25-30% rischia la liquidazione. A svelarlo è un recente studio dell’Osservatorio Bocconi che ha analizzato la crisi innescata dal Covid, restituendo dati molto preoccupanti, soprattutto alla luce del fatto che le imprese familiari costituiscono circa il 93% delle aziende italiane e dunque rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo (non solo Piccole e medie imprese, ma anche metà dei gruppi quotati nel Paese).

Ma a questi dati, se ne aggiungono altri. A spiegarli è Alfredo De Massis, Professore di Imprenditorialità e Family Business alla Libera Università di Bolzano, oltre che membro del Comitato Scientifico della rivista ESTE Sistemi&Impresa, secondo cui circa 390mila imprese chiuderanno nel 2021 a causa del Covid e del crollo dei consumi, a fronte di 85mila nuove attività registrate nel 2020. “Può sembrare drammatico, ma il problema è reale”, ammette il docente. “Nel leggere i numeri, innanzitutto non possiamo paragonare questa crisi a nessun’altra recente, perché comprende anche un’emergenza sanitaria”.

La pandemia ha intaccato il patrimonio delle aziende: “Se fino a ora preservare il capitale è stato dato quasi per scontato, sono ormai emerse nuove sfide a livello di liquidità che hanno portato alla luce prospettive patrimoniali diverse, come quella di non sperperare le risorse per reagire alla crisi”, osserva De Massis.

Resistono perché create per passare tra generazioni

Un aspetto positivo, in questo scenario, è che le stesse imprese familiari colpite dalla crisi sono di solito più resilienti, perché hanno caratteristiche distintive che le rendono particolarmente capaci di assorbire i colpi della crisi e reagire alla situazione. Sono caratterizzate, per esempio, da un orientamento a lungo termine perché nascono per essere trasferite da una generazione alla successiva.

Proprio su questo, il docente della Libera Università di Bolzano ha condotto uno studio, attualmente under review, su 3.882 imprese (familiari e non) in 43 Paesi del mondo (inclusa l’Italia), riferito a 10 settori industriali e all’anno 2020. Sono state raccolte circa 792mila osservazioni giornaliere, ed è emerso che nelle imprese familiari l’impatto economico della pandemia è stato meno rilevante rispetto alle altre. La loro resilienza è infatti maggiore, data la lungimiranza insita nell’organizzazione.

Un altro vantaggio competitivo di queste imprese è il personalismo nelle relazioni tra lavoratori, stakeholder o fornitori, che nell’ultimo periodo è stato messo a dura prova da ricorso al lavoro da remoto, comparso per la prima volta in tante piccole realtà. “La sfida del futuro sarà proprio coniugare queste due modalità di lavoro, perché per le imprese familiari sarebbe sbagliato sposare esclusivamente l’approccio digitale dimenticando le relazioni personali”, è il pensiero di De Massis. Un approccio ibrido potrebbe essere la soluzione, che associ l’innovazione alla tradizione. Come? “Ponendo massima attenzione al cambiamento e al passaggio generazionale. In Italia siamo abituati a vedere avvenire questo processo in tempi molto lunghi, ma ora tutto è accelerato perché in futuro saranno necessarie prospettive ed energie nuove, anche ricorrendo alla leadership esterna”.

A questo proposito, gli imprenditori si trovano ad affrontare tensioni tra obiettivi diversi. Da un lato, infatti, la crisi imporrebbe di licenziare una parte della forza lavoro, dall’altro uno degli obiettivi dell’impresa familiare è quello di mantenere il posto di lavoro anche per la famiglia ‘allargata’. “Occorre una grande capacità per navigare attraverso questi dilemmi, e un cambio di cultura aziendale è l’unico modo per farcela”, conclude De Massis.

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Elisa Marasca

Elisa Marasca è giornalista professionista e consulente di comunicazione. Laureata in Lettere Moderne all’Università di Pisa, ha conseguito il diploma post lauream presso la Scuola di Giornalismo Massimo Baldini dell’Università Luiss e ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Urbino. Nel suo percorso di giornalista si è occupata prevalentemente di temi ambientali, sociali, artistici e di innovazione tecnologica. Da sempre interessata al mondo della comunicazione digital, ha lavorato anche come addetta stampa e social media manager di organizzazioni pubbliche e private nazionali e internazionali, soprattutto in ambito culturale.

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