Lgbtq, gli impatti (positivi) dell’inclusione in azienda

Dai cantanti Fedez ed Elodie allo chef stellato Massimo Bottura. Cresce la mobilitazione di personaggi della cultura e dello spettacolo a favore di una rapida approvazione del disegno di legge contro omotransfobia, misoginia e abilismo. Il cosiddetto Ddl Zan – dal nome del parlamentare del Partito Democratico che lo ha presentato, Alessandro Zan – giace ancora in Commissione Giustizia al Senato, dove il suo esame sembra destinato a un ulteriore rinvio. Il disegno di legge ha l’obiettivo di prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alla disabilità. Un tema sempre più urgente, anche oltre i confini italiani.

I dati restano allarmanti: più di una persona su tre, il 35% dei giovani appartenenti alla comunità Lgbtq americana, ha sperimentato una qualche forma di discriminazione sul posto di lavoro. Stando ai dati del Rapporto nazionale sulla salute mentale dei giovani Lgbtq per il 2020, la strada da fare è ancora lunga: il 61% degli impiegati Under 25 transgender è vittima di discriminazione, contro un dato che non sale sopra il 30% per i coetanei cisgender.

I ricercatori di The Trevor Project, l’organizzazione statunitense che offre servizi di intervento in caso di crisi e prevenzione del suicidio rivolti ai giovani della comunità Lgbtq, hanno rilevato che gli uomini e le donne trans hanno probabilità tre volte superiori di essere discriminati sul lavoro. Le persone non binarie sperimentano il doppio delle vessazioni rispetto ai coetanei. Tra chi ha subito discriminazioni, l’81% individua i responsabili tra i colleghi, la metà punta il dito contro i supervisori e il 39% racconta di averla sperimentata durante il processo di assunzione.

Il report sottolinea come le politiche adottate dalle imprese possano non solo ridurre le discriminazioni, ma anche avere un impatto positivo sull’affermazione personale e sul benessere dei dipendenti Lgbtq. “Le compagnie e i brand che supportano apertamente le persone Lbgtq possono influenzare positivamente la considerazione di sé che hanno i loro dipendenti”, ha detto a Forbes Amy Green, Director of Research di The Trevor Project. “Dare voce al loro supporto aiuta a sostenere i più giovani e tutta la comunità”.

Ogni anno il Corporate Equality Index classifica più di 1.140 organizzazioni statunitensi sulla base di policy, best practice e benefit offerti ai membri Lgbtq della popolazione aziendale. Le azioni messe in campo sul posto di lavoro possono davvero fare la differenza. Lo testimoniano i giovani ascoltati da The Trevor Project: il 58% di loro ammette che il supporto esplicito della propria compagnia li ha aiutati a sentirsi meglio rispetto alla propria identità, con il 49% che ha avvertito un effetto positivo derivante dal supporto della comunità.

Resta il fatto che soltanto il 36% degli intervistati descrive il proprio posto di lavoro come un ambiente in cui affermare la propria identità o orientamento sessuale, segno che la maggioranza dei ragazzi avverte ancora forte lo stigma del pregiudizio da parte di capi e colleghi.

Fonte: Forbes

Al tema della diversity è dedicata la Storia di copertina del numero di Aprile 2021 della rivista Persone&Conoscenze.
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Giorgia Pacino

Articolo a cura di

Giornalista professionista dal 2018, da 10 anni collabora con testate locali e nazionali, tra carta stampata, online e tivù. Ha scritto per il Giornale di Sicilia e la tivù locale Tgs, per Mediaset, CorCom - Corriere delle Comunicazioni e La Repubblica. Da marzo 2019 collabora con la casa editrice ESTE. Negli anni si è occupata di cronaca, cultura, economia, digitale e innovazione. Nata a Palermo, è laureata in Giurisprudenza. Ha frequentato il Master in Giornalismo politico-economico e informazione multimediale alla Business School de Il Sole 24 Ore e la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli.

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