Superlavoro

Perché accettiamo il culto del superlavoro?

Sebbene molti di noi associno il superlavoro agli Anni 80 e all’industria finanziaria, la tendenza a esaltare la cultura delle lunghe ore di lavoro è ancora pervasiva e si sta espandendo in più settori e professioni. Alcuni recenti studi proposti dalla Bbc indicano che i lavoratori di tutto il mondo stanno facendo una media di 9,2 ore di straordinario non retribuito a settimana, rispetto alle 7,3 ore di appena un anno fa. Gli spazi di co-working sono pieni di poster che esortano al duro lavoro e a dare il massimo. Gli imprenditori multimiliardari del Tech invitano a sacrificare il sonno per cambiare il mondo. Dall’inizio della pandemia, poi, le settimane di lavoro si sono allungate: inviamo email e messaggi a mezzanotte e i confini tra le nostre vite personali e professionali si dissolvono.

Tuttavia, rispetto agli anni in cui uscì Wall Street di Oliver Stone, una cosa è diversa: sappiamo molto di più sulle conseguenze del superlavoro e su come questo possa influire sulla nostra salute mentale e fisica. Considerando quanto è radicata la nostra ammirazione per la cultura del lavoro ad alto stress, però, invertire l’ossessione per il superlavoro richiederebbe un cambiamento culturale. Il mondo post pandemia potrebbe essere l’occasione per provarci.

I luoghi e le ragioni del superlavoro

Il superlavoro non è un fenomeno esclusivo della Silicon Valley o di Wall Street. Le persone lavorano molte ore in tutto il mondo, per ragioni diverse. In Giappone, una cultura di questo tipo può essere fatta risalire agli Anni 50, quando il Governo fece pressioni affinché il Paese fosse ricostruito rapidamente dopo la Seconda Guerra mondiale. Nei Paesi della Lega Araba, il burnout è alto tra le professioni mediche, forse perché – suggeriscono alcuni studi – ne fanno parte nazioni in via di sviluppo con sistemi sanitari sovraccarichi. Discorso simile per quanto riguarda le cliniche e i centri di intervento per le crisi: alcune delle prime ricerche sul burnout negli Anni 70 hanno messo in luce che molte persone impegnate in occupazioni orientate all’assistenza tendevano a lavorare per tantissime ore giungendo all’esaurimento emotivo e fisico. Una tendenza che si è manifestata anche con la pandemia.

Ma milioni di persone lavorano troppo perché in qualche modo pensano che si tratti di uno status symbol lungo la strada del successo, sia che a ratificarlo sia la ricchezza e sia che lo faccia un post su Instagram che racconta che stiamo vivendo una vita da sogno con un lavoro da sogno. Questa pratica, nota come romanticizzazione del lavoro, sembra essere particolarmente comune tra i ‘lavoratori della conoscenza’ delle classi medie e alte. Nel 2014, il New Yorker ha definito questa devozione al superlavoro un vero e proprio culto.

Le radici di questo fenomeno possono essere ricondotte all’etica del lavoro protestante del XVI secolo. Dal punto di vista di Sally Maitlis, Professoressa di Comportamento Organizzativo e Leadership all’Università di Oxford, negli anni la spinta all’efficienza scaturita dalla rivoluzione industriale e l’apprezzamento della produttività hanno calcificato ulteriormente i valori del duro lavoro, spesso a scapito del benessere personale. Andando avanti con gli anni, nell’era dell’ex Primo Ministro del Regno Unito Margaret Thatcher e dell’ex Presidente Usa Ronald Reagan passare lunghe ore in ufficio per stare al passo con uno stile di vita votato al consumismo è diventata pratica comune. Alla fine degli Anni 90 e all’inizio degli Anni 2000, quando le startup tecnologiche sono diventate giganti e il potere si è spostato nella Silicon Valley, i lavoratori incalliti hanno iniziato a essere sempre meno in giacca e cravatta e sempre più in felpa con il cappuccio.

A tutta velocità verso il ‘burnout

Insieme a questo culto del lavoro, tuttavia, è arrivata una spiacevole conseguenza: il burnout. Negli Anni 70 l’esaurimento professionale veniva studiato su base volontaria presso cliniche di riabilitazione e con lavoratori nel settore dei servizi alla persona, molti dei quali riferivano mal di testa, depressione e irritabilità sul lavoro. Un decennio dopo, con l’economia statunitense e britannica in crescita, la corsa al successo tipica del capitalismo è salita alle stelle. Ma mentre il superlavoro veniva venerato, il burnout che ne seguì non lo è stato.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo definisce come una sindrome “derivante da stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo”, caratterizzata da sentimenti di esaurimento, emozioni negative sul proprio lavoro e ridotta efficacia professionale. In altre parole, fa sentire disumanizzati, fisicamente ed emotivamente esausti e porta a pentirsi di aver accettato quell’occupazione. L’Oms ha formalmente riconosciuto il burnout come un “fenomeno occupazionale” nel 2019.

Dare il giusto peso a denaro, status e successo

Nel marzo 2021 un gruppo di analisti ha intervistato i dipendenti che avevano iniziato da un anno a lavorare nella società di investment banking Goldman Sachs. Le persone coinvolte hanno affermato di lavorare in media 95 ore a settimana e di dormire mediamente cinque ore a notte. “Questo va al di là del duro lavoro, questo è disumano”, ha commentato una delle persone intervistate. Anche altrove, come sul social media TikTok, i giovani della Generazione Z hanno sollevato il tema della salute mentale e creato comunità in cui discutere liberamente di depressione, attacchi di panico e burnout.

Per quanto drammatica sia stata la pandemia, essa ha spinto molti e molte a riconsiderare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata. Nell’inverno 2021 LinkedIn ha condotto un sondaggio su oltre 5mila utenti: circa la metà degli intervistati ha eletto la flessibilità e l’equilibrio lavoro-vita privata come elementi prioritari per la propria posizione lavorativa dall’emergenza sanitaria in poi. Ma finché il denaro, lo status e il successo continuano a essere celebrati, le persone sono destinate a lavorare senza limiti per ottenerli. E alle aziende, interessate in primo luogo a fatturare, questo fa comodo. “Abbiamo disumanizzato il posto di lavoro molto tempo fa, e non lo dico con orgoglio”, ha dichiarato alla Bbc Anat Lechner, Docente di Management alla New York University, proseguendo: “Se non lavori abbastanza, arriva qualcun altro che lo fa al posto tuo. Se poi quel qualcuno non ci fosse quella mansione può sempre essere delegata all’Intelligenza Artificiale (AI)”.

Lavorare da casa può arrivare solo fino a un certo punto nell’alleviare i rischi di burnout. Spetta ai lavoratori e alle lavoratrici incidere sulla cultura del lavoro smettendo di guardare al superlavoro come a qualcosa di desiderabile e, allo stesso tempo, spetta alle aziende smettere di spingere i lavoratori in quella direzione.

Fonte: Bbc

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Erica Manniello

Laureata in Filosofia, Erica Manniello è giornalista professionista dal 2016, dopo aver svolto il praticantato giornalistico presso la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli. Ha lavorato come Responsabile Comunicazione e come giornalista freelance collaborando con testate come Internazionale, Redattore Sociale, Rockol, Grazia e Rolling Stone Italia, alternando l’interesse per la musica a quello per il sociale. Le fanno battere il cuore i lunghi viaggi in macchina, i concerti sotto palco, i quartieri dimenticati e la pizza con il gorgonzola.

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