Conte coronavirus

Quanto è smart la quarantena da coronavirus?

Le misure di prevenzione alla diffusione del coronavirus hanno costretto numerose aziende italiane, soprattutto nelle sedi lombarde, a organizzarsi con lo Smart working. Una soluzione che consente di proseguire l’attività lavorativa nel rispetto delle indicazioni del Governo per limitare i contagi del virus.

Non tutte le imprese, però, sono pronte per adottare modelli di lavoro a distanza: alcune perché non li hanno mai testati prima, altre perché di fatto impossibilitate a spostare all’esterno dell’azienda l’attività lavorativa. Vuol dire allora che dobbiamo attenderci uno scenario di lavoratori privilegiati di serie A che possono proseguire il lavoro in Smart working e lavoratori di serie B costretti a presentarsi nelle sedi di lavoro (quando possibile) per conservare il posto? E se a poco a poco l’attività produttiva rallentasse – cosa che sta già accadendo – che cosa ci sarebbe di smart?

Parole di Management si è confrontato con Arianna Visentini, CEO e Co-founder di Variazioni, società che realizza nelle aziende progetti di flessibilità di tempi e spazi di lavoro da anni, per capire gli scenari che si prospettano nei prossimi giorni di Smart working ‘forzato’.

La difficoltà di cambiare modello nell’emergenza

Non è un mistero che molte aziende – in particolare le multinazionali – hanno deciso di adottare soluzioni di telelavoro per fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso in Italia: Eni, Saipem, Snam, Zambon, Luxottica, Armani (che ha anche vietato l’accesso alla sua ultima sfilata trasmettendola in streaming), Sas, Heineken, IBM sono solo alcune tra le tante che hanno comunicato ai dipendenti di non recarsi nei luoghi di lavoro delle zone cosiddette “a rischio” per una settimana. Lo ha stabilito anche il primo articolo del Decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6 sulle misure urgenti per il coronavirus, aggiornato con il successivo Decreto del 1 Marzo 2020 che prevede l’adozione dello Smart working d’emergenza in modalità semplificata per sei mesi, con riferimento particolare ai comuni a rischio epidemia dell’allegato 1.

L’art .3 del D.P.C.M. 23 febbraio 2020, contenente disposizioni attuative del Decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6 prevede la possibilità di attivare il lavoro agile anche in assenza di accordo individuale. Rimangono comunque tutte le garanzie previste dalla legge: parità di trattamento economico e normativo rispetto ai colleghi che lavorano in modalità tradizionale, ampia tutela in caso di infortuni e malattie professionali. L’assenza dell’accordo è la vera novità, perché è su questo aspetto che si regge lo Smart working.

Zurich Assicurazioni, per esempio, ha chiesto ai dipendenti delle sedi di Milano, Brescia, Modena, Rimini e Torino di lavorare da casa e di preferire le conference call per le riunioni. Ma non tutti sono pronti e organizzati per consentire alle persone di svolgere il lavoro lontano dalla sede aziendale.

“Per organizzarsi con lo Smart working innanzitutto serve fare mente locale e il punto della situazione delle attività in corso, immaginando quali progetti possono essere portati avanti da remoto”, avverte Visentini. “Questo modus operandi si rifà ovviamente più che altro al settore impiegatizio, dove ci sono cartelle condivise o dati contenuti in software accessibili anche in mobilità”.

Per chi era già abituato a lavorare in questo modo l’emergenza sanitaria non cambia molto le carte in tavola. Più complicata, invece, è la transizione verso lo Smart working, quando e se possibile, per i soggetti che si ritrovano dall’oggi al domani a gestire il lavoro a distanza.

Ostacoli tecnici e di competenze per lavorare da remoto

Secondo Visentini, ci sono tre ostacoli iniziali da superare prima di iniziare a lavorare a distanza.

Un primo problema è legato alle tecnologie lato hardware: tante aziende sono rimaste ancorate all’uso di dispositivi informatici fissi, inutilizzabili da remoto. Il secondo problema riguarda la disponibilità dei dati che servono a compiere il lavoro a distanza, che non tutti hanno trasferito nelle piattaforme online condivise.

L’ultima difficoltà, ma non per importanza, riguarda le competenze necessarie per lavorare a distanza, dalla gestione del proprio tempo all’elenco di priorità, passando per i mezzi di comunicazione con i colleghi. “Questa emergenza, però, può essere vista come un’opportunità per imparare forzatamente e più velocemente, magari con più errori, a gestire il lavoro in un altro modo, più fluido e legato alla contemporaneità”, riflette la CEO di Variazioni.

Chi si era già organizzato con il lavoro a distanza è sicuramente avvantaggiato nei momenti di emergenza, ma è inevitabile che ci siano ripercussioni anche in questi casi, per esempio, se un’azienda ha clienti nel settore della produzione, più sfavorita nell’adozione dello Smart working. I critici dello Smart working sostengono che non si possa avere la sicurezza che chi lavora da casa tenga fede agli impegni.

“La paralisi attuale è nel sistema economico in generale. Questo non vuol dire però che ci si debba nascondere dietro a problemi logistici: all’interno della catena produttiva si può spostare lo Smart working dai piani dirigenziali più vicino a chi produce”, osserva Visentini. Un esempio potrebbe essere l’invio di una foto di un macchinario che non funziona se non si ha l’operatore presente, o il ricorso alla firma digitale se non si riesce a firmare una bolla cartacea.

Le resistenze culturali allo Smart working

Nel 2019, secondo un recente studio, i lavoratori italiani in Smart working erano circa 480mila, cioè il 12% di chi – per tipologia di lavoro e strumentazione informatica – dispone dei requisiti necessari per lavorare in modo agile. Un dato in continuo aumento, comunque, con una crescita del 20% rispetto all’anno passato.

“Culturalmente, in Italia diamo per scontato che chi non è presente in azienda sia assente anche dal lavoro, ma non è così. Oppure ci si nasconde dietro alla scusa della burocrazia per non fare determinate operazioni digitali”, commenta Visentini, sottolineando che nelle situazioni di pericolo serve coraggio e dinamismo. “Le condizioni precarie ci impongono anche di fidarci dei nostri colleghi che non sono in ufficio e delle loro competenze o di superare il limite che il ‘documento importante’ debba essere conservato all’interno dell’armadio per sicurezza”.

Persino la Pubblica amministrazione, come ha scritto su Facebook il Ministro Fabiana Dadone, si sta muovendo per adottare “possibili provvedimenti di carattere organizzativo in favore del pubblico impiego, per esempio, in merito a un ulteriore impulso relativo a forme di lavoro agile”.

Tutte le capacità messe in gioco in un momento di Smart working forzato non dovrebbero essere messe nel dimenticatoio una volta superata l’emergenza, perché non serve solamente in situazioni di necessità. Dovremmo abituarci a considerarlo uno strumento indispensabile anche nella normalità.

“Un virus diverso dal coronavirus già c’era in Italia: quello della scarsa produttività e della bassa propensione all’utilizzo efficiente delle tecnologie. Ma questo si può debellare subito perché conosciamo già le soluzioni, sappiamo già come si fa ad essere più produttivi anche da remoto e a coordinare il lavoro investendo sul digitale”, conclude Visentini.

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Elisa Marasca

Elisa Marasca

Elisa Marasca è giornalista professionista e consulente di comunicazione. Laureata in Lettere Moderne all’Università di Pisa, ha conseguito il diploma post lauream presso la Scuola di Giornalismo Massimo Baldini dell’Università Luiss e ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Urbino. Nel suo percorso di giornalista si è occupata prevalentemente di temi ambientali, sociali, artistici e di innovazione tecnologica. Da sempre interessata al mondo della comunicazione digital, ha lavorato anche come addetta stampa e social media manager di organizzazioni pubbliche e private nazionali e internazionali, soprattutto in ambito culturale.

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