Palazzo Consiglio dell'Unione europea

Sostenibilità, i dubbi delle aziende sulla Direttiva dell’Ue

Più che chiarire, al momento sembra creare molte incognite. In attesa della pubblicazione in Gazzetta ufficiale della Direttiva europea relativa alla comunicazione di sostenibilità, la norma ha generato numerosi interrogativi, tanto che imprese, osservatori ed esperti di sostenibilità stanno cercando di capire quali possano essere i suoi effetti nella vita quotidiana dei consumatori e delle organizzazioni. La Direttiva del Consiglio dell’Unione europea, infatti, si limita a trasmettere informazioni generiche che lasciano aperti molti interrogativi.

Iniziamo dagli aspetti più chiari. Innanzitutto, sono cambiati i criteri dimensionali per il coinvolgimento delle aziende: a partire dal 2025, le società già soggette agli obblighi della Direttiva del 2014 dovranno comunicare le loro informazioni sulla sostenibilità. Lo stesso avverrà dal 2026 per tutte le grandi imprese non ancora coinvolte, con la differenza che il criterio dimensionale passerà da 500 a 250 dipendenti. Le piccole e medie imprese (PMI) quotate, invece, dovranno adeguarsi alla normativa europea entro il 2027.

Per comprendere meglio le indicazioni del Consiglio, Parole di Management ha coinvolto Federica Doni, Direttrice del Master Sostenibilità in Diritto Finanza e Management SiLFiM dell’Università di Milano Bicocca, tra le massime esperte sulle questioni di comunicazioni non finanziarie delle aziende. “Rispetto al 2014, il numero delle imprese coinvolte è più che raddoppiato”, è il parere della docente. “Alcuni osservatori, inoltre, ritengono che possa generarsi un effetto a cascata anche su tutte le aziende coinvolte nelle Supply chain, che dovranno a loro volta riferire i loro dati sull’impatto ambientale”. Se queste indicazioni dovessero trovare effettiva applicazione, il numero di aziende coinvolte con le nuove indicazioni sarebbe intorno al milione.

I cambiamenti definiti dalla Direttiva Ue riguarderanno anche l’aspetto contenutistico della comunicazione. In riferimento a questo, Doni spiega: “Oltre a essere più dettagliate, le relazioni finanziarie e non finanziarie avranno lo stesso peso; le istituzioni europee si auspicano di porre sul medesimo piano la comunicazione economico-finanziaria e quella sulla sostenibilità (sociale e ambientale). Ciò potrebbe cambiare la struttura redazionale delle Relazioni sulla gestione, complicando le cose, oppure no; dipende da come solo già abituate le società a redigere questi documenti”.

La soluzione è agire d’anticipo

La Direttiva, inoltre, è previsto che coinvolgerà le imprese non europee che realizzano ricavi netti delle vendite e delle prestazioni superiori a 150 milioni di euro nell’Unione europea e che hanno almeno un’impresa figlia o una succursale in Ue. Come chiarisce Doni, questo aspetto normativo si configura su un terreno giuridico scivoloso e assume valenze di carattere geopolitico: “Le economie di alcuni Paesi in grande espansione sono spesso state additate come estremamente inquinanti dall’Ue e raramente le due parti hanno trovato il giusto compromesso sulla questione. Per capire i risvolti politici internazionali di questa Direttiva bisognerà aspettare il testo definitivo e vedere gli accordi che verranno presi con i Paesi terzi”. Tra gli Stati che hanno sostanziosi rapporti commerciali con l’Ue ci sono, per esempio, la Cina e l’India che registrano scambi con l’Ue rispettivamente per 425 e 95 miliardi di euro: entrambi i Paesi, è noto, sono particolarmente inquinanti e questo rischia di complicare il rispetto della norma europea in fatto di sostenibilità.

L’approvazione della Direttiva, però, non arriva in modo improvviso. E a conferma che non è possibile restarne sorpresi, Doni sottolinea come le grandi imprese si siano, infatti, già mosse abbondantemente in anticipo per rientrare nei parametri europei: “I soggetti obbligati hanno già messo in conto investimenti per rendere i propri modelli più sostenibili. Considerati i tempi, però, il livello dovrà essere compatibile con le altre esigenze di natura finanziaria e di bilancio. I costi per ridurre l’impatto ambientale sono già da tempo stati inseriti nei budget e nei business plan delle grandi società”.

Lo stesso approccio preventivo e lungimirante è stato adottato anche da molte Piccole e medie imprese (PMI) che hanno già prodotto il report sulla sostenibilità. Una di queste aziende è Domar, società specializzata nella produzione e nella commercializzazione di articoli per il settore truck e trailer. Mariacarmela Andrisani, Ingegnere Gestionale che si occupa di Sustainability & Circular Economy in Domar, spiega così l’approccio delle piccole realtà imprenditoriali nei confronti di questo nuovo obbligo: “La reazione dipenderà dalla situazione economica in cui si trova l’impresa. Una maggiore disponibilità di risorse renderà meno difficile la transizione verso modelli più sostenibili. Un altro aspetto fondamentale sarà, però, la mentalità e la sensibilità al tema all’interno alle singole imprese perché questo aspetto influenzerà fortemente la volontà di cambiamento”. A ogni modo, è opportuno ricordare che le PMI quotate saranno coinvolte solo a partire dal 2027 e, perciò, avranno ancora molto tempo per adeguarsi alle indicazioni europee.

Unione europea, sostenibilità, comunicazione aziendale

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