Giornata dell’HR 2021: la Direzione del Personale nell’era delle trasformazioni

Giovedì 20 maggio 2021 è la giornata internazionale dell’HR. L’iniziativa è dell’Associazione europea per il People management (Eapm): secondo i promotori è l’occasione per tornare a focalizzare l’attenzione sulla professione HR, sul lavoro svolto e sul “contributo positivo per le persone e le organizzazioni”. Il tema scelto per il 2021 è il contributo delle Risorse Umane per dare forma al nuovo futuro.

Oggi più che mai la funzione HR è chiamata a dare un importante contributo e l’Eapm suggerisce varie modalità affinché i professionisti delle Risorse Umane possano concretizzare le strategie di valorizzazione delle persone in azienda.

La rivista Persone&Conoscenze – edita dalla casa editrice ESTE (editore anche del nostro quotidiano) – affronta sin dalla sua fondazione l’evoluzione e il ruolo della Direzione del Personale. In occasione di questa giornata, pubblichiamo l’editoriale del Direttore della rivista, Francesco Varanini, che sul numero 151 del magazine (Marzo 2021) approfondiva il nuovo patto tra lavoratori e imprese, focalizzando l’attenzione sulla rinnovata importanza dell’HR.

Torniamo a parlare di lavoro umano. Di che cosa vuol dire oggi lavorare. E di che cosa è per ognuno di noi il lavoro. Illuminanti le narrazioni dove il ragionamento teso alla generalizzazione, all’individuazione di indirizzi, germina dalla propria esperienza personale. Questo riferimento a se stessi è il necessario punto di partenza per noi che, in quanto professionisti delle Risorse Umane, ci occupiamo del lavoro degli altri.

Così mi pare sia stato particolarmente fruttuoso l’incontro organizzato dalla casa editrice ESTE il 25 marzo 2021 dal titolo Lavorare liquido – Oltre lo Smart working. Ricordo tra gli altri l’intervento di Tiziana Rosato, People & Organization Officer di Missoni, che ha parlato dell’esperienza di suo figlio: un giovane che si avvicina al mondo del lavoro, desidera stare in un ‘luogo di lavoro’, insieme con altre persone. Le piattaforme digitali non garantiscono il calore della relazione, della vicinanza. Ha anche raccontato di come le nostre case siano imbruttite dal dover ospitare il ‘posto di lavoro’. Ha anche detto di come sia distorsiva la consulenza che dà per scontato che gli uffici debbano essere pensati solo come appoggio provvisorio di una parte dei lavoratori.

Di questi argomenti parliamo nella Storia di copertina del numero 151 della rivista. L’immagine dell’ufficio vuoto dà molto da pensare. Danno da pensare anche le foto della rubrica “Scrivere con la luce”. È questo che vogliamo? Certo il lavoro fa parte della vita. Per questo ha poco senso l’espressione work-life balance. Ma poi, ogni aspetto, ogni momento della vita merita il suo luogo.

L’esperienza che ognuno di noi ha maturato nell’ultimo anno è molto importante. Perché ci ha costretto ad andare oltre le abitudini, a ripensare a cose che davamo per scontate. Ci ha posto di fronte al personale modo di usare il tempo e gli spazi. Sarebbe veramente un peccato ridurre questa esperienza a una formula, a una parola: “Smart working”. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, leggendo uno dei suoi discorsi, si è interrotto per dire: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”. Ecco, lasciamo da parte la formula magica “Smart working”. Non è bello definire il lavoro con un aggettivo che sta per “astuto”, “alla moda”, “scaltro”, “furbo”.

Dietro la celebrazione dello Smart working rischia di nascondersi un taglio del costo dell’area occupata dai lavoratori. Il concedere maggiore autonomia ai lavoratori, chiedendo in cambio maggiore orientamento al risultato, non passa necessariamente attraverso il negare il luogo dove ognuno ha la propria scrivania e si lavora insieme. Torniamo piuttosto a porci domande: sappiamo usare bene il nostro tempo, nel lavoro e fuori dal lavoro? Rispettiamo i ritmi della vita? Sappiamo alternare occupazione e riposo; operosità e ozio; pensiero e azione? Anzi: più che ‘alternare’ conviene dire ‘contaminare’. Mentre lavoriamo, pensiamo. Mentre lavoriamo, ci divertiamo. Quando ci dedichiamo a un hobby, mettiamo in campo lo stesso impegno che mettiamo nel lavoro. Argomenti, come si vede, di ampio respiro.

Luca Barbieri ci parla degli aspetti critici del lavoro a distanza, alla luce delle norme vigenti: coordinamento delle attività; diritto alla disconnessione; orario di lavoro, straordinari; incentivi all’incremento di produttività. Dario Forti ricorda la “paura” e la “scoperta” come due aspetti compresenti nella situazione che stiamo vivendo. La prima riguarda i rapporti interpersonali divenuti all’improvviso pericolosi, ma anche l’insicurezza del posto di lavoro e il timore dell’invasività delle tecnologie. La seconda si lega all’accorgersi di saper usare strumenti digitali, allo sperimentare spazi di libertà e autocontrollo. Forti, opportunamente, ci ricorda anche che si tratta di esperienze ancora non elaborate; ricorda a questo proposito una evidenza, di cui abbiamo parlato anche in numeri precedenti di Persone&Conoscenze: la tendenza, nella situazione di distanziamento, a lavorare sempre di più, la difficoltà a distinguere e separare il tempo del lavoro da quello personale.

Massimo Balducci guarda al lavoro da remoto nella Pubblica amministrazione. E arriva in conclusione a chiedersi: “Il modello organizzativo dell’azienda italiana è poi così diverso da quello dell’amministrazione pubblica?”. C’è forse da guardare a una complessiva cultura italiana del lavoro. Una cultura che si trova a dover fare i conti con una rivoluzione. Con il lavoro sempre più liquido, il patto tra lavoratore e datore di lavoro è sempre meno basato sull’orario di lavoro. I permessi e le ferie perdono senso. Il rapporto tra dirigente e lavoratore tende a essere sempre più un rapporto paritario, dove il dirigente è un coordinatore e il lavoratore un professionista.

lavoro, HR, giornata internazionale dell'HR


Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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