Trovare la propria stella

Secondo Rosolino Pomi, fondatore di Sinfo One, ogni azienda dovrebbe puntare a una meta ambiziosa.

Faticare anche più del normale e arrivare a sera senza essersi annoiati, questa per me è la vera vacanza. Ho un frutteto che mi piace curare e lì trovo grandi soddisfazioni, i miei frutti non hanno paragoni con quelli che offre il mercato”.

Inizia così una conversazione di fine estate con Rosolino Pomi, fondatore di Sinfo One, azienda collocata nell’epicentro della Food Valley, fondata nel 1984, che negli anni si è specializzata nella progettazione di soluzioni gestionali innovative. L’incipit della nostra chiacchierata mi fa venire in mente che esiste un’analogia stretta tra gli ottimi frutti che raccoglie nelle sue terre e i servizi offerti dalla sua azienda: dall’alta qualità non si deve derogare.

Come a scuola – spiega Pomi ai nipoti – non bisogna essere per forza i primi della classe, ma è un dover’essere tra i primi 10. E la sua azienda si è aggiudicata più di un riconoscimento: nel 2010 il conferimento dell’Emea Partner Specialization, con cui Oracle riconosce Sinfo One come primo partner nell’area Emea e nel 2016 l’entrata in Redfaire International, la joint venture che comprende i più importanti partner di consulenza Oracle nel mondo.

Per arrivare tra i primi 10 ci vogliono regole, metodo, energia, competenza e una passione autentica. Una passione che Pomi ha sempre condiviso con la propria famiglia e che ha portato le figlie – Paola, Amministratore Delegato, e Patrizia, Consigliera – a decidere di mantenere il controllo dell’azienda proiettandola con forza sui mercati internazionali. Azienda e famiglia si confondono, in un processo osmotico dove la perfetta sintesi è una squadra che si allena ogni giorno per vincere.

Nel 2020, Sinfo One ha compiuto 36 anni. Torniamo al 1984, quando è stata fondata con il nome Pragma, forse allora non immaginava di arrivare qui.

Nel 1984 lavoravo in Barilla, avevo due figlie di sei e otto anni. La scelta di fondare una mia azienda non è stata facile, ma è stato un passo che ho fatto con grande convinzione, perché sentivo la necessità di creare qualcosa di mio. Una necessità che mi è stata tramandata nel Dna: sono figlio di un piccolo imprenditore agricolo e mio papà mi aveva sempre coinvolto nella sua attività. Si è trattato di seguire una vocazione, accompagnata dal desiderio di essere padrone e responsabile delle mie scelte.

Dove trova a distanza di tanti anni le stesse energie che la muovevano allora?

La voglia di vedere realizzati progetti pensati da me, il desiderio di pormi obiettivi sfidanti e di strutturarmi per raggiungerli.

La passione per la terra aiuta perché bisogna saper coltivare la pazienza, i risultati non arrivano subito. Oggi, invece, sembra faticoso impostare una progettualità di lungo periodo. Lei come alimenta il suo desiderio di costruire e come lo trasferisce al suo gruppo?

Il mio è un desiderio alimentato dalla passione per l’innovazione. In questi ultimi anni il mercato ha accelerato la progettazione di nuovi prodotti e la loro vita media si accorcia sempre più. Anche la produzione alimentare deve innovare continuamente. Sinfo One si mette a disposizione dei propri clienti per facilitare i percorsi di innovazione; per questo più che un’azienda informatica, Sinfo One è una realtà che contribuisce a far crescere il business dei propri clienti e molti appartengono al segmento Food&Beverage. E, se il mercato viaggia veloce, non possiamo certo rallentare noi. Questo trasferisco al mio gruppo.

Ha iniziato a operare nell’IT a metà degli Anni 80 e ha saputo cogliere tutte le opportunità che l’innovazione tecnologica le ha offerto. Quali sono le sfide più grandi per un’azienda come Sinfo One?

Aiutare i nostri clienti a fare quello che sanno fare meglio. Voglia di fare, energia e volontà di essere, come dico sempre ai miei nipotini, non i primi della classe, che può essere una posizione un po’ scomoda, ma tra i primi 10. Questo è indispensabile. Ed essere attenti, guardare quello che fanno gli altri, anche per sbagliare meno. Ogni azienda dovrebbe trovare la propria stella, questo è un concetto al quale sono molto affezionato, perché significa avere una meta ambiziosa e strutturarsi per raggiungerla.

Possiamo dire che dietro un’azienda familiare che funziona c’è una famiglia che funziona. Come si lavora in modo efficace al passaggio generazionale?

Questo per me è stato abbastanza semplice, perché l’impegno delle mie figlie in azienda è il frutto di una loro decisione e non di una mia volontà. E questo ha fatto la differenza. Il periodo della loro crescita ha coinciso con il mio grande impegno in azienda e, probabilmente, hanno condiviso la mia scelta e apprezzato le motivazioni che mi animavano. Ho sempre parlato molto in casa dei miei progetti. Devo aver trasferito con efficacia le passioni, le motivazioni e l’entusiasmo che mi hanno sempre animato.

I passaggi generazionali spesso falliscono perché i giovani non si appassionano al lavoro dei padri…

Quando ho compiuto 60 anni gestivo l’azienda (all’epoca Sinfo Pragma) con due soci e, prima di decidere le sorti dell’azienda e della nostra famiglia, mi sono confrontato con le mie figlie, che hanno deciso di impegnarsi per costruire con me il futuro dell’azienda. C’è una bella immagine impressa nella mia memoria, una riunione fatta in estate sotto il portico di casa con moglie e figlie: in quell’occasione, dove più possibilità potevano essere prese in considerazione (compresa la vendita dell’azienda), si è deciso che la famiglia avrebbe mantenuto il controllo.

Poi cos’è successo?

Abbiamo iniziato a lavorare ai patti di famiglia facendoci aiutare da professionisti che ci hanno supportato per traguardare il nostro obiettivo. Anche questo è stato un passaggio guidato da me e progettato nei minimi particolari. Nel 2007 abbiamo assunto un Direttore Generale perché ci aiutasse nel passaggio e anche questo ha fatto parte della strategia per governare un momento estremamente delicato. Molto spesso il passaggio generazionale fallisce quando dall’alto si gestiscono le sorti dei figli, mentre è importante che il desiderio di portare avanti un progetto sia autentico e condiviso. Due anni fa sono entrati due soci di capitale, ma questo non ha modificato l’assetto… Si tratta di due soci finanziatori, l’azienda rimane saldamente gestita dalla nostra famiglia e da tutta la squadra. I soci sono funzionali all’acquisizione di nuovi mercati e non sono coinvolti nella gestione. E la cultura aziendale continua a essere la nostra.

La dicotomia lavoro-famiglia per lei non esiste…

Ho portato la famiglia in azienda e resterò qui finché la salute me lo consentirà. L’azienda è parte della famiglia e ne ho costruita una allargata, formata da 150 persone. Mia moglie conosce bene le risorse che lavorano qui: per esempio, chiama “le mie ragazze” le nostre responsabili dell’ufficio amministrativo. C’è una dimensione affettiva che travalica le relazioni di lavoro standard. C’è umanità.

Come si costruisce una squadra così? Quanto ha contribuito la sua passione per lo sport?

Ci vuole passione, tenacia, il desiderio di non mollare mai. Si tratta di qualità che ho sempre avuto e che si sono rafforzate con l’impegno nel sostenere una squadra. Nello sport però bisogna arrivare primi, non basta essere tra i primi 10. Quando con la VBC Casalmaggiore Pomì (Sinfo One sponsorizza la squadra di volley femminile, ndr) abbiamo vinto lo scudetto e poi la Champions League, non avevamo le giocatrici migliori, ma uno spirito di squadra forte. Questa esperienza ci ha aiutato a comprendere l’importanza del lavoro di gruppo. I risultati non sono merito dei singoli e per questo sono felice che anche le mie figlie abbiano partecipato con entusiasmo a questa esperienza e si siano a loro volta appassionate. Nello sport non bisogna arrendersi ed è necessario lottare fino all’ultimo per vincere. Questo è un grande insegnamento.

Esiste una ricetta per costruire un’organizzazione che funziona?

Come nello sport, nemmeno alle aziende servono primedonne. Nelle imprese c’è bisogno di organizzazione, regole che vanno seguite con passione e tanta voglia di fare. Cerco di trasmettere entusiasmo, anche attraverso i colori. La tonalità che contraddistingue il marchio Sinfo One è l’arancione (la ‘nuova Sinfo’ è nata nel 2007, ndr). Un segnale forte e una mia scelta.

Le squadre sono composte da persone, come le sceglie? Cosa le piace di una persona quando la incontra la prima volta?

Ci tengo a fare il primo colloquio. E cerco di intravedere passione e voglia di fare, onestà e integrità, elementi indispensabili. Già come un candidato si siede, da come entra nella stanza si intuisce molto del carattere. Mi piacciono le persone che si presentano bene, che esprimono positività, quelle che io definisco ‘belle persone’. Guardo ai dettagli più che ai voti. Un 110 e lode accompagnato dalla mamma (ed è accaduto veramente) non va bene. Il voto non è un indicatore sufficiente.

Sinfo One dalla Food Valley si è ritagliata un ruolo nello scenario internazionale. Come immagina la sua azienda tra 10 anni?

Immagino un’azienda leader nella fornitura di soluzioni tecnologiche per il mercato del Food&Beverage europeo, e non solo, entro il prossimo decennio. Se oggi abbiamo una percentuale del 24-25% di mercato estero, vorrei che questa quota nei prossimi anni passasse al 40% e questo è il motivo per il quale abbiamo portato a bordo un socio francese e uno tedesco.

Cosa avete imparato dal covid-19?

È stata un’esperienza che ovviamente avremmo preferito non fare, ma ci siamo attrezzati per lavorare da remoto. Prima non c’era la cultura per questa modalità di lavoro e le persone non avevano dimestichezza con gli strumenti, mentre oggi tutto è possibile. Ma il nostro è un lavoro di progettazione. Cerchiamo di capire quali sono gli obiettivi dei nostri clienti e insieme progettiamo nuovi sistemi e nuove tecnologie a supporto, ma la progettazione non si fa da soli. Ogni progetto ha bisogno di più teste, il confronto continuo è necessario. Abbiamo imparato a usare strumenti nuovi e sappiamo lavorare a distanza, ma l’organizzazione e il lavoro di squadra restano fondamentali.

La riapertura delle scuole dopo l’emergenza sanitaria ha scatenato un grande dibattito. Voi avete il Sinfo College, a testimonianza della vostra attenzione alla formazione. Che effetti avrà questa disattenzione verso l’istruzione dei nostri giovani?

La scuola è un luogo dove ci si forma e la cultura di base deve venire prima di quella tecnologica. Deve aiutare a vedere i problemi e ad affrontarli, a studiarli per poi risolverli. Ritengo sia importante che le scuole riprendano e che i ragazzi tornino in aula. La scuola occorre viverla fisicamente, è il luogo dove si impara a stare insieme. E stiamo correndo un pericolo enorme. Lo spirito di squadra si impara frequentandosi. È lì che si costruisce la personalità e questa dimensione è messa in pericolo. Accumulare nozioni non basta, per questo la didattica a distanza non può essere la soluzione.

Cosa dovranno fare i ‘suoi ragazzi’ per far prosperare l’azienda negli anni a venire? Di cosa devono e non avere timore?

Armarsi di impegno, dedizione e passione. È centrale porre l’attenzione sul tema formazione per capire quello che sta accadendo in questi anni. I cambiamenti sono talmente veloci che servono strumenti per poterli capire e governare. Alimentare il desiderio di imparare è fondamentale, dobbiamo essere animati dal desiderio di fare, di fare bene. Non bisogna temere quello che accade, le sfide vanno accolte cercando di affrontarle. Il cuore va sempre gettato oltre l’ostacolo senza lasciarsi abbagliare da successi facili o scorciatoie. Per questo anche la crescita deve seguire un ritmo costante, una crescita troppo rapida per acquisizioni potrebbe essere controproducente. Con la nostra dimensione, e con la cultura e i valori che condivido con le mie figlie, abbiamo sufficienti strumenti per gestire il presente e affrontare il futuro.

In questa grande accelerazione si paventa il fatto che tecnologie e Intelligenza Artificiale possano sostituire il lavoro dell’uomo. Che idea si è fatto?

Si tratta di un grande equivoco: la tecnologia non toglie lavoro delle persone, ma cambia il modo di operare e di gestire i processi. Dobbiamo prepararci al fatto che anche i prodotti alimentari cambieranno, nel futuro consumeremo cibi diversi. Per questo il segreto è essere molto attenti al mercato, non smettere di innovare. Non credo che la tecnologia sottragga lavoro; credo piuttosto che la tecnologia qualifichi e crei posti di lavoro diversi. I lavori ripetitivi saranno certamente sostituiti, ma la robotica va governata. Fa parte della nostra mission cercare di supportare gli slanci innovativi dei nostri clienti, aiutandoli a crescere con l’aiuto della tecnologia. La capacità di calcolo delle macchine non è paragonabile a quella umana, ma queste rimangono sistemi progettati dall’uomo, che non può abdicare al controllo e al governo. Perché questo accada, bisogna alimentare ogni giorno la voglia di imparare e capire. Senza farsi spaventare dalla fatica.

E torniamo al desiderio di far accadere le cose: questa è certamente una delle eredità più importanti che Rosolino Pomi trasmette alle sue figlie. Insieme con l’amore per il suo lavoro, che lo spinge ogni mattina a svegliarsi prima dell’alba per pianificare la giornata, per poi concedersi una passeggiata durante la quale si affacciano le prime idee. Senza l’inutile frenesia dei social – persone come Rosolino, dal 2017 Cavaliere all’Ordine della Repubblica, conoscono perfettamente la tecnologia, molto più dei Millennial, e proprio per questo motivo riescono a mantenere la giusta distanza – affronta ogni nuovo giorno con entusiasmo e consapevolezza. Perché chi ha coltivato con cura, sa che raccoglierà ottimi frutti.

L’articolo è pubblicato sul numero di Luglio-Agosto di Sviluppo&Organizzazione.
Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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Chiara Lupi

Articolo a cura di

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 ha partecipato all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige la rivista Sistemi&Impresa e governa i contenuti del progetto multicanale FabbricaFuturo sin dalla sua nascita nel 2012. Si occupa anche di lavoro femminile e la sua rubrica "Dirigenti disperate" pubblicata su Persone&Conoscenze ha ispirato diverse pubblicazioni sul tema e un blog, dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato il libro Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager. Nel 2019 ha curato i contenuti del Manuale di Sistemi&Impresa Il futuro della fabbrica.

Chiara Lupi


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