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Raccontare la cultura d’impresa tra Smart working e coronavirus

La diffusione del coronavirus nel nostro Paese ha costretto larga parte del Paese a fronteggiare una situazione di emergenza. È stata disposta dalle istituzioni la quarantena forzata di intere città quando a essere messo in quarantena avrebbe dovuto essere il sistema mediatico. Forse così i danni sarebbero stati più contenuti.

Una settimana fa ci apprestavamo a mettere in atto misure drastiche per contenere il contagio ed evitarne una rapida diffusione. Autorevoli fonti (una a caso: il Direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità Europa) hanno spiegato che siamo davanti a un virus da prendere sul serio, ma che quattro casi su cinque hanno sintomi lievi che guariscono.

Sul tema coronavirus Parole di Management ha preso una posizione molto netta, senza risparmiare critiche a chi gestisce l’emergenza, pur offrendo a tutti la possibilità di esprimere la propria opinione. Per questa scelta il nostro giornale ha ricevuto qualche biasimo, ma non per questo abbiamo lesinato dare voce anche a chi la pensa diversamente.

Nel nostro piccolo abbiamo di certo preferito andare controcorrente rispetto al trend mainstream dei principali media che, invece di abbassare i toni, hanno cavalcato l’emergenza. Per chi, come noi, non è alla costante ricerca del clic per far ingrassare le già gonfie tasche di Google, è meglio provare a spiegare i fatti senza perdere di vista la realtà, evitando di farci monopolizzare da un unico tema, che di sicuro ha trovato il giusto spazio anche sulle nostre pagine, legandolo sempre ad approfondimenti più vicino al mondo aziendale.

Sin da subito abbiamo cercato di raccontare il fenomeno senza lasciarci travolgere dagli allarmismi. Non vestendo i panni di novelli virologi – passione che ha scalzato l’altra grande italica attitudine che ci vede tutti allenatori della Nazionale – quanto affidandoci a medici ed esperti che fin dall’inizio spiegavano che si tratta di una sindrome simil-influenzale e che nel nostro Paese ci sono più casi perché – e questa è la versione ufficiale del Governo – cerchiamo con più attenzione i pazienti affetti dal virus (in Italia siamo ben oltre i 10mila tamponi effettuati contro i 1.000 della Germania e i 500 della Francia). Già lunedì mattina, Matteo Bassetti, virologo e Direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e Presidente della Sita, Società italiana di terapie anti-infettive, ci ha spiegato che si è enfatizzato il problema. Un problema concreto, ma che riguarda soprattutto l’adeguata infrastruttura sanitaria che non può far fronte all’incremento di malati gravi nello stesso momento.

Una regia dell’emergenza che ha scatenato il panico

Nessuno, dunque, ha mai parlato di pandemia. Eppure tra la fine dello scorso weekend e l’inizio della settimana abbiamo assistito al ‘sacco dei supermercati’. Un fenomeno, quest’ultimo, che non può che ricondursi alle scelte di chi sta gestendo l’emergenza che ha dato alla gente l’impressione, sin dalle prime ore di allarme, di una gestione poco chiara e molto confusa: vedere il Presidente del Consiglio in pianta stabile nella sede della Protezione civile non ha di sicuro rassicurato la popolazione. E così ci siamo ritrovati a vivere in città trasformate da indaffarate metropoli a vie semideserte tipiche della settimana di Ferragosto.

Abbiamo criticato la nostra classe dirigente che in questa occasione ha dato dimostrato i suoi limiti. Per esempio la scelta di bloccare i voli dalla Cina ha impedito di tenere traccia di chi proveniva dal Paese da cui il coronavirus è partito: abbiamo dato la caccia all’untore cinese, invece, il paziente 1 che ha fatto scattare l’allerta e iniziato a diffondere il virus è italiano. Abbiamo chiuso il portone d’entrata bloccando i voli dalla Cina, dimenticandoci che i cinesi diretti in Italia hanno fatto scalo in altri Paesi e così sono arrivati da noi. E a quel punto tenere traccia di chi potenzialmente poteva diffondere il virus è diventato impossibile…

Inevitabilmente abbiamo riproposto un episodio storico rileggendo quel passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni nel quale si descrive la peste del 1629-30 che mise, allora, in ginocchio Milano. Aiutati dalla miopia dei governanti dell’epoca, abbiamo rivisto in quel dramma, vecchio di quasi 400 anni, uno scenario molto attuale: non certo per la forza devastante della malattia – nessuno ha mai voluto paragonare la peste al coronavirus – quanto per le scelte organizzative sbagliate la cui lezione non è servita. E abbiamo scoperto che anche nel XVII secolo c’erano cassandre inascoltate: in quegli anni era un certo Lodovico Settala.

Il boom dello Smart working e i suoi limiti

Ci siamo poi interrogati sull’altro grande tema del momento: lo Smart working. Ormai si parla più di lavoro agile che di coronavirus. Questa settimana ci ha visto (quasi) tutti lavorare in versione smart. O meglio, da casa, perché i luoghi dello Smart working sono stati inibiti. Dunque più che lavoro agile in questo caso si dovrebbe parlare di un’evoluzione del telelavoro, ma senza tutti i regolamenti del caso. Abbiamo però sottolineato la straordinaria rapidità con cui si è aggiornata la normativa che ha consentito di attivare la nuova forma di organizzazione del lavoro senza neppure il vincolo dell’accordo tra azienda e dipendente. Non potevamo, neppure in questo caso, ignorare questo fenomeno, che – ci sia consentito di dirlo – affrontiamo sin dalle sue origini. Pur restandone testimoni, ne abbiamo evidenziato i limiti, almeno in questa situazione di emergenza.

L’emergenza, però, non è stata solo sanitaria, ma pure economica. Perché si stima che il coronavirus ci possa costare fino al rallentamento della crescita dello 0,4%. Un numero che per un Paese come l’Italia nel quale lo zero-virgola fa la differenza tra recessione, stagnazione, crescita, è un problema enorme. Non per nulla sono stati numerosi gli imprenditori che hanno lanciato appelli per rivedere subito le misure di contenimento del virus.

Per esempio Nerio Alessandri, Patron di Technogym su Linkedin ha parlato di “psicosi ingiustificata”. Oppure Gianfranco Zoppas, alla guida dell’omonimo gruppo, secondo cui chi ci governa dovrebbe riflettere sugli impatti sociali ed economici dei decreti contro il virus, perché è a rischio l’economia nazionale. Tante aziende, dunque, pagheranno le conseguenze della gestione del coronavirus: Assoviaggi, giusto per citarne una, ha parlato di una situazione peggiore rispetto a quella post attentato alle Torri Gemelle…

In questi momenti difficili, rispolvero il famoso passaggio di William Shakespeare: “Non c’è notte lunga che giorno non trovi”.

Smart working, coronavirus, cultura impresa


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Dario Colombo

Articolo a cura di

Giornalista professionista e specialista della comunicazione, da novembre 2015 Dario Colombo è Caporedattore della casa editrice ESTE ed è responsabile dei contenuti delle testate giornalistiche del gruppo. Da luglio 2020 è Direttore Responsabile di Parole di Management, quotidiano di cultura d'impresa. Ha maturato importanti esperienze in diversi ambiti, legati in particolare ai temi della digitalizzazione, welfare aziendale e benessere organizzativo. Su questi temi ha all’attivo la moderazione di numerosi eventi – tavole rotonde e convegni – nei quali ha gestito la partecipazione di accademici, manager d’azienda e player di mercato. Ha iniziato a lavorare come giornalista durante gli ultimi anni di università presso un service editoriale che a tutt’oggi considera la sua ‘palestra giornalistica’. Dopo il praticantato giornalistico svolto nei quotidiani di Rcs, è stato redattore centrale presso il quotidiano online Lettera43.it. Tra le esperienze più recenti, ha lavorato nell’Ufficio stampa delle Ferrovie dello Stato italiane, collaborando per la rivista Le Frecce. È laureato in Scienze Sociali e Scienze della Comunicazione con Master in Marketing e Comunicazione digitale e dal 2011 è Giornalista professionista.

Dario Colombo


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